La complessità del senso
19 10 2017

Avengers: Age of Ultron

film_avengersageofultronAvengers: Age of Ultron
Regia Joss Whedon, 2015
Sceneggiatura Joss Whedon
Fotografia Ben Davis
Attori Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Chris Evans, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Don  Cheadle, Aaron Taylor-Johnson, Elizabeth Olsen, Paul Bettany, Cobie Smulders, Stellan Skarsgård, Samuel L. Jackson, Anthony Mackie, Claudia Kim, Andy Serkis, Thomas Kretschmann, Thomas Kretschmann.

La difesa della pace contro la distruzione dell’umanità. Tutti insieme si vince. Il tema arciuniversale e specialmente ridondante in casa Marvel Comics, è al capitolo confermativo dopo il trionfo della “Super-Nazionale” dei Vendicatori nel 2012 (The Avengers). Un minimo di novità serve ora alla continuazione del racconto, in attesa della conclusione (Infinity War) prevista in due parti dal 2018. Mentre Tony Stark/Iron Man (Robert Downey Jr.) e Bruce Banner/Hulk (Mark Ruffalo) lavorano con poco successo al programma di pace, ecco Ultron, terribilmente composto da indistruttibile vibranio, il quale non pensa che a cancellare  esseri umani dalla faccia della Terra. Si ricompone la Supersquadra e con qualche variante d’azione che coinvolge due new entry nella lista dei personaggi – i due gemelli, Wanda e Pietro Maximoff (Elizabeth Olsen e Aaron Taylor-Johnson), soprattutto lei, specialista nell’intrufolarsi nella testa degli altri – e si procede per accumulazione in scontri dall’esito certo. Già, la caratteristica della tipologia narrativa Avengers è di trasmettere assoluta tranquillità allo spettatore circa l’esito della lotta. Il fumetto non ha segreti, la Nazionale è vincente. E’ tutto il resto ciò che conta, ossia l’armamentario spettacolare, realizzato con i grandi mezzi degli effetti elettronici (il 3D passa in second’ordine). La regia dà l’impressione di contare sull’onirica assuefazione degli affezionati seguaci, amministrandone la total immersion nella composizione avveniristica. Il risultato è paradossale, una sensazione di sogno al passato occupa la visione, come se fossimo chiamati ad assistere al passato del nostro futuro: è una garanzia di tranquillità, è l’abbonamento all’onnipotenza del genio imbattibile, tanto che possiamo perfino rilassarci in poltrona, perdonando le nostre debolezze. Iron Man, Captain America (Chris Evans), Thor (Chris Hemsworth), Hulk, Vedova Nera (Scarlett Johansson) e Occhio di Falco (Jeremy Renner) continuate a fare voi! Il set si gonfia e si moltiplica accogliendo location e figure, invenzioni e apparizioni, l’importante – sembrano convinti i realizzatori – è che arrivi in platea il senso di un’assicurazione assoluta verso il valore generico dell’azione, del movimento, dello sguardo esterno/interno indistinto, dell’imprescindibilità della battaglia finale (vittoriosa). Grande spettacolo senza suspence. Tutto bene. Il problema riguarda più il critico che lo spettatore. Si abbia pure voglia di ricordare al giovane e giovanissimo comics-dreamer che il merito della doverosa ed eticamente “giusta” impostazione della storia è dell’Agenzia internazionale per il mantenimento della pace e del suo direttore Nick Fury (Samuel L. Jackson), il merito dell’indiscutibilità del successo al botteghino andrà alle soluzioni spettacolari. E queste sono cercate e ottenute attraverso un linguaggio “altro” rispetto a quello di cui si serve (o si dovrebbe servire) la critica, esercitata in base alla “facoltà di giudizio” commisurata al testo (film/cinema) da giudicare. Il fatto che il Box Office e la Recensione siano due oggetti che non sempre (per non dire difficilmente) s’incontrano, chiama a una soluzione dialettica imprescindibile. O meglio, chiamerebbe, visto che la più recente tendenza pare sia di eliminare dai concorsi, anche tra i maggiori nel panorama festivaliero internazionale, l’istituto della Giuria, trasformando così la “facoltà” di giudicare in opportunità di votare. Come se filosofia ed esercizio democratico fossero la s-t-e-s-s-a cosa.

Franco Pecori

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22 aprile 2015