La complessità del senso
14 04 2021

Ophelia

Ophelia
Regia Claire McCarthy, 2018
Sceneggiatura Semi Chellas, Lisa Klein
Fotografia Denson Baker
Musica Steven Price
Attori Daisy Ridley, Naomi Watts, George MacKay, Tom Felton, Devon Terrell, Nathaniel Parker, Clive Owen.

Non badò al Regno di Danimarca, gli inganni per la successione e le cose da portatori di corona. Amleto la colpì al cuore nel senso del sentimento. Del resto, la ragazza non aveva il rango e andando semplicemente dietro alla Storia sarebbe finita in follia. Il cinema le offre finalmente l’occasione di prendere la parola e raccontarla a modo suo. Parola a Ophelia: “Potete credere di conoscere la mia storia, avete saputo che finì in follia, con cuori spezzati, sangue versato, un regno perduto. Quella è una storia ma non è la mia. Io non persi la mia rotta, non ho perso me stessa nella vendetta, ho invece trovato la mia strada sperando che un giorno avrei raccontato la mia storia”. Magari un giorno una bambina, una figlia, potrà raccontare anche la propria. Dunque Amleto e la sua pazzia non hanno quasi peso. Nessun teschio, nessun dubbio filosofico, né psicoanalitico, né letterario, né teatrale. Lasciate John Barrymore, John Gielgud, Laurence Olivier, Richard Burton, Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman. E ascoltate la canzone che nel film sottolinea il sentimento di Ophelia: “Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova, dubita che la verità sia menzogna, ma non dubitare mai del mio amore”. Daisy Ridley (Rey durante Star Wars) è una Ophelia d’oggi, ma senza stampare manifesti. Gli intrighi non l’attraggono, la follia di Amleto, di tutta la corte per il Regno, passa in secondo piano. Importante, se mai, l’uso di sostanze con cui Gertrude (Naomi Watts, perfettamente prospettica nel ruolo) gestisce i momenti cruciali che cambiano la vita. È per questa sua scelta traslucida, a-romantica, perfino “leggera”, che il film non si carica di pesi programmatici, né accenna in alcun modo allo stereotipo, imprescindibile ai giorni nostri, del “tratto da una storia vera”. La regia dell’australiana Claire McCarthy, sceneggiatrice e già degna frequentatrice di produzioni tv, approva e incoraggia il realismo interiore di un’Ophelia così. La passione per Amleto e il rispetto per le tensioni (anche analitiche, certo) che rendono il contesto non facilmente semplificabile, lasciano però aperta una facoltà di scelta consapevole, a noi contemporanea. In questo senso, accettiamo la semi-irrilevanza “psico-filosofica” del rampollo (George MacKay) come giusta indicazione di metodo, o se si vuole, come utile chiave estetica per una fruizione impressionistica del dramma. Non pare casuale la qualità della fotografia, spesso morbida e accentuata nel timbro, accogliente nell’anticronaca della storia del principe indeciso. [Uscito negli Usa il 28 giugno 2019. Disponibile online su CHILI]

Franco Pecori

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15 marzo 2021