La complessità del senso
19 06 2019

Instant Family

Instant Family
Regia Sean Anders, 2018
Sceneggiatura Sean Anders
Fotografia Brett Pawlak
Attori Mark Wahlberg, Rose Byrne, Isabela Moner, Gustavo Quiroz, Julianna Gamiz, Octavia Spencer, Tigrando Notaro, Joan Cusack.

“Dammi un po’ del tuo amore”. È la richiesta implicita, l’uno all’altro, di tutti i personaggi del film. Il tema è l’adozione di figli altrui da parte di coppie che hanno difficoltà a procreare. Non è un’operazione semplice, la società difende le proprie regole di vita e di comportamento, i propri valori morali, le abitudini quotidiane: se un marito e una moglie (ma anche due conviventi e magari dello stesso sesso) scelgono di accogliere in casa uno o più figli per “completare” la famiglia, i genitori adottivi dovranno anzitutto affrontare un periodo di preparazione sotto la guida di esperti in socio-psico-pedagogia; e al dunque, al di là delle buone intenzioni affettive, verificare le proprie capacità di essere genitori. Sarà prevedibile un difficile periodo di assestamento, anche e soprattutto da parte degli adottati. Tutto questo è anche facile a dirsi, ma nella pratica la materia è intricata e si presta alla scrittura in forma di commedia tutt’altro che frivola. Nel cinema classico prima del Neorealismo e soprattutto prima della Nouvelle Vague, si diceva: “sceneggiatura di ferro”. A Hollywood, le pagine venivano colorate in diversi gruppi, rosa, blu, giallo, nero, secondo l’equilibrio di genere richiesto dalla storia da raccontare. E così via, calcolando gruppi e sottogruppi, articolazioni e specificazioni per una “torta” confezionata a garanzia del giusto consumo. Nel film di Sean Anders, trionfa la scansione meticolosa dei vari aspetti di una prevedibile problematica riguardo al tema da svolgere. I due genitori protagonisti sono Pete (Mark Wahlberg) ed Ellie (Rose Byrne). Situazioni imbarazzanti sono verificabili fin dall’inizio, quando la coppia si trova a dover “scegliere” la creatura da adottare. Di preferenza, Ellie e Pete vorrebbero un o una adolescente. Vengono invitati a visitare una specie di “esposizione”, dovranno avere lì un primo contatto a livello poco più che istintivo e giustamente Pete osserva: “Se attacchi bottone con un bambino in un parco, ti arrestano. Qui dobbiamo farlo!”. La sorte vuole che la ragazza che dovrà essere loro figlia è una quindicenne con due fratelli più piccoli, un maschietto e una bambina. Quindi adozione triplice! La ragazza si chiama Lizzy (Isabela Moner) e non sembra entusiasta del proprio destino. Non stiamo qui a raccontare i dettagli dello sviluppo narrativo, sembrano il risultato di uno studio logaritmico, precisissimo nelle premesse e nelle conseguenze. Lo spettatore non deve far altro che verificare, passaggio dopo passaggio, coincidenze e/o contrasti con il proprio modo di vedere le questioni esplicite e/o implicite legate al tema. Si può sorridere, si può emozionarsi, ci si può commuovere, ci si può anche indignare, giacché nella società c’è sempre qualcuno che la pensa in modo opposto al nostro; e noi, ovviamente, siamo ben educati e pieni di buoni sentimenti, in vista di una società ben organizzata e migliore. Comunque sia, anche fuori dal preciso meccanismo adiuvante di un qualche “gruppo di sostegno”, o psicopratica sociale che si voglia dire, vedrete che i migliori saranno sempre quelli che vengono dopo: i giovani, le nuove generazioni, quelli che il mondo lo cambieranno in meglio. Sorridendo.

Franco Pecori

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21 marzo 2019