La complessità del senso
29 07 2021

Madre

Madeo
Regia Bong Joon Ho, 2009
Sceneggiatura Bong Joon Ho, Wun-kyo Park, Eun-kyo Park
Fotografia Kyung-pyo Hong
Attori Hye-Ja Kim, Won Bin, Jin Goo, Je-mun Yun, Mi-seon Jeon, Sae-byeok Song.

Regista del disincanto (Parasite, Palma d’Oro a Cannes, Oscar e David 2020), il sudcoreano Bong Joon Ho ci ha dato nel 2009 uno svolgimento del tema “madre” – sostanza base per la riflessione su “nascita” e “continuazione” – utile non solo a comprendere la tensione estetica che porterà al capolavoro superpremiato, bensì a considerare una coerenza di linguaggio, strutturale rispetto al mondo che si è voluto esprimere. L’umanità è presente in relazione alle circostanze e alla pertinenza dell’espressione. Il regista ne fa una ragione di vita, vita del film. Se “la mamma è sempre la mamma”, la condizione è strettamente contestuale. Lo sguardo di Hye-ja Kim si mantiene lucido, contiene l’amore per il figlio e la coscienza di una dolorosa “missione” da condurre al traguardo, ma considera anche il “piacere” della propria dolorosa esistenza. Il tema della mancata e comunque difficile giustizia nella società che penalizza i deboli non s’impone sul piano espressivo. Nel film, le singole sequenze accumulano una progressione di dettagli che lascia in secondo piano il problema. Una giovane resta uccisa in una notte senza luce. Nel gruppo di ragazzi che la circostanza può indicare come responsabili si trova Do-joon (Won Bin), figlio “debole”, bisognoso di supporto. Jin-tae (Jin Good), il suo amico peggiore, proclama cinico: “Come si fa a confondere il nero con il bianco?”. Ma è proprio questo il punto: il giusto senso della domanda. Do-joon dorme con la madre e colleziona palle da golf. Stride la sicurezza di Jin-tae: “Ci sono tre motivi per cui si uccide: vendetta, soldi, passione”. Di contro, una madre che porta la minestra da finire, un figlio che minge contro il muro. La mancanza di giustizia va in secondo piano. Bong Joon Ho indirizza la cinepresa su cose, atti, tagli, durate, il cui senso è la di-strazione. Non che vi sia “opera aperta”, giacché tutto è fermo, ghiacciato in un impossibile riscatto della sofferenza, della miseria. Gli avvocati sono cari, si va in carcere ad occupare una parentesi. All’uscita, Jin-tae è lì che aspetta Do-joon. Missione compiuta? La madre si gode un sogno di verità, agopuntura e danza. “Danza” in un campo-vita era già la sequenza iniziale. Fuori dalla “storia vera”. Passato il dolore, scelta la compromissione, conosciuto il destino. Grande interpretazione di Hye-Ja Kim.

Franco Pecori

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1 luglio 2021