La complessità del senso
24 07 2021

Mank

Mank
Regia David Fincher, 2020
Sceneggiatura Jack Fincher
Fotografia Erik Messerschmidt
Attori Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Tom Pelphrey, Arliss Howard, Tuppence Middleton, Monika Gossmann, Joseph Cross, Sam Troughton, Toby Leonard Moore, Tom Burke, Charles Dance, Ferdinand Kingsley, Paul Fox.

Il bianco&nero di Erik Messerschmidt non è quello di Guillaume Schiffman. O meglio, qui non siamo con Michel Hazanavicius (The Artist 2011): nessun estetismo, bensì l’invito, anche estetico ovviamente, a leggere il testo soprattutto per quel che vale sul piano del contenuto (forma e sostanza) tematico, al di qua – per così dire – del “colore” di una qualche Bellezza digestiva. E infatti, non siamo con Jean Dujardin – simbolo d’epoca – bensì con Gary Oldman, la cui profonda, convinta e appassionata ironia proietta su Dracula, su Harry Potter e sul Cavaliere oscuro un’istanza riflessiva imprescindibilmente cinematografica proprio nel senso di un ulteriore stimolo a considerare questo Mank come parte della storia del cinema, cioè della Storia. Qui Oldman è lo sceneggiatore Herman Mankiewicz, fratello del regista Joseph. Fu Herman, nel 1941, a scrivere, “in totale assenza di Orson Welles”, Citizen Kane, il primo film di Welles, candidato a nove Oscar per il ’42 e premiato soltanto per la sceneggiatura. David Fincher abbandona il paradosso alla Benjamin Button (2008) e mantiene la cinepresa in un equilibrio fermo, a seguire le giornate e i movimenti (o le stasi per l’infortunio che lo costringe a letto) di Herman, senza cercare effetti d’ambientazione quali la Hollywood di Tarantino/DiCaprio, come se negli studios di Mayers o RKO il passaggio tra gli anni Trenta e i Quaranta fosse un dato sincronico. E accentua l’intento non illustrativo ma testimoniale-dialettico del film con una scansione “dattilografica” delle scene, invitandoci a leggere insieme il copione, tipo: “Esterno Studi MGM – Vigilia delle elezioni – Notte – 1934 – Flashback”; o “Interno casa Mankiewicz – Notte – Settimane prima”. Il ritmo delle didascalie determina distacco, obbiettivazione e giusta messa a fuoco del tema, che non è il carattere e la “passione” di Mank, non è tanto la vicenda drammatica del personaggio che morirà alcolista a 55 anni, anche sotto il peso delle sue frustrazioni di scrittore. Si tratta piuttosto di rinfrescarci la memoria circa il rapporto essenziale, nella costruzione di un film, tra filmico ed extrafilmico, tra script e immagini – ripresa e montaggio (moviola, non solo assemblaggio delle scene del copione). La “scomodità” del contenuto rese sì difficile la vita a Mank: c’era da ripotare la gente al cinema, si era nella grande crisi economica, con l’accentuazione dei contrasti sociali e delle prospettive politiche, l’anticomunismo ecc. e si dava addosso al magnate William Randolph Hearst, si metteva in gioco il peso capitalistico della produzione culturale sul controllo dell’immaginario collettivo. Ma l’ostacolo era ancor più in profondità, nella resistenza, da parte del capitale, a riconoscere l’intrinseco rapporto tra scrittura e film. Il legame tra conduzione paternalistica dell’impresa e coscienza del linguaggio è il tema profondo di questo Mank. Esemplare la sequenza del trasferimento a piedi, per le vie e gli ambienti di lavoro, quando Louis B. Mayer spiega le tre regole: “1) Ars gratia artis [in latino!]. Spendiamo un milione di dollari all’anno per storie che neanche filmiamo. Perché? Perché non mi fanno piangere. Cosa mi fa piangere? Le emozioni. E dove provo le emozioni? Qui e qui e qui (testa cuore sesso). 2) Una sola star, il Leone. 3) MGM non sta per Metro-Goldwyn-Mayer. Sta per Mayer’s ganza mishpoka, ovvero Tutta la Famiglia di Mayer”. Più avanti, Mank si rifiuterà di aderire alla campagna elettorale per “Quelli che credono che King Kong sia alto 10 piani e che Mary Pickford sia vergine a 40 anni”. Già, il patron del Leone avrà anche precisato: “Se vuoi mandare un messaggio, usa il telegramma!” – come se nel non-messaggio non vi fosse un messaggio. Per rivedere il rapporto interno, costitutivo, tra script e set/editing, ci sarà da attendere almeno un paio di decenni (Nouvelle Vague). Gliela farà Herman Mankiewicz a portare a termine la scrittura di Citizen Kane nei pochi giorni che gli sono rimasti prima del termine impostogli dal capitale? Non sarà qui la magia del cinema. [On demand su Netflix]

Franco Pecori

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4 dicembre 2020