La complessità del senso
18 07 2018

Io sono tempesta

Io sono tempesta
Regia Daniele Luchetti, 2017
Sceneggiatura Giulia Calenda, Daniele Luchetti, Sandro Petraglia
Fotografia Luca Bigazzi
Attori Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco, Carlo Bigini, Franco Boccuccia, Luciano Curreli, Paola Da Grava, Marcello Fonte, Francesco Gheghi, Federica Santoro, Jo Sung, Simonetta Columbu, Klea Marku, Sara Deghdak.

Lasciamo perdere Berlusconi, qui si va oltre. Anche se si parte dal referente passato prossimo del Silvio azzurro ai servizi sociali, non solo Marco Giallini interviene con un’altra fisicità e un altro accento ma la cinepresa volge lo sguardo su panorami più vasti – non diciamo più ampi. Come se fosse passato un secolo o un millennio (la tecnologia abbrevia i tempi), il personaggio singolo ha finito di risultare simbolico e si è sciolto nel magma generale, la sola cosa che ormai sia possibile fotografare. Sicché non si può più individuare una responsabilità della confusione che ormai riguarda tutti. La presenza di Giallini è poco più che vagamente indicativa e l’altra faccia della Luna, Elio Germano, si scioglie anch’essa nella pasta informe di una torta/mondo indigesta quel tanto da non doversi conservare. Numa Tempesta (Giallini) ci invita alle sue grandi cene lussuose negli alberghi che, da “senza tetto” (o da cittadino del mondo, di quel mondo confuso), abita provvisoriamente, in una catena di compravendita “totale”, sistematica. I suoi invitati sono gli “inesistenti” coinvolti nella bolla/raggiro che li fa ricchi quanto precari, estranei a un programma vero, formiche laboriose di un formicaio in attesa di (as)soluzione. Bruno (Germano) tende alla simpatia, parteggia, non ha bisogno di entrare nella parte, si adatta, intuisce che gli conviene fingere di non avere Patria né àncora. Pur essendo un senza fissa dimora come gli altri del centro di accoglienza (orrida finzione terminologica per definire il destino di una generazione smembrata) dove Tempesta deve passare un anno (la giustizia non s’è dimenticata di lui e ha seguito i ritmi propri e del meccanismo generale), Bruno ha l’arguzia di porsi un traguardo, di rendere chiaro un inconscio che lo consiglia di abbracciare la religione dei propri giorni, i giorni che sono anche i nostri, i giorni dove tutti si comprano con i soldi finti. Nessuno dei due, né Numa né Bruno, fa discorsi che non siano puramente “tecnici”, diciamo che il “ricco” e il “povero” prendono la vita con filosofia, riconoscendo la “povertà” del denaro, lasciando al denaro i pensieri del vivere. Così, la terza figura del film, Angela (Eleonora Danco), la direttrice del centro, risulta un po’ prigioniera di sé, del suo credo, tesa nel perseguire il fantasma dell’onestà delle regole, delle leggi dello Stato e delle leggi morali/religiose sul filo dell’utopia, intaccate purtroppo dall’inquinamento non-violento dell'”impresa” dilagante, più finta e più vasta, fino al Kazakistan, territorio – sembra – disponibile ad altre accoglienze. Riusciremo, noi tutti eroi dei Giorni dell’Impresa, a restarne anche fuori, a ristabilire il contatto con i nostri padri i quali mai sembrarono comprendere l’alienazione dei loro figli e ora si chiedono come sia possibile di ritrovarci tutti in prigione, tutti ricchi come siamo? Sarà possibile, magari grazie all’intervento di un bambino dalla faccia pulita (il figlio di Bruno!), riabbracciare il nostro padre e invitarlo a una cenetta intima, magari anche nella cella di una prigione? Noterete un filo di moralismo. È il limite dal quale Luchetti non riesce del tutto a liberarsi, pur coprendo la struttura del film con un manto di simpatia a tratti coinvolgente. Strepitosa l’invenzione delle “Radiose”, le tre giovani prostitute impegnate a turno a trastullare il Tempesta mentre intanto studiano psicologia – che può anche sembrare un passo avanti rispetto alla ormai incontrollata espandibilità delle Scienze della Comunicazione.  Si esce con una sensazione doppia, di aver visto un film “tratto da una storia vera” e di doverlo considerare il quadro surreale di una situazione di povertà deprimente, irrimediabile. L’idea portante è lineare, una volta si sarebbe detto “neorealistica”: il mito del raddoppio del capitale in 5 anni; ma non tutto funziona alla perfezione nell’intreccio delle soluzioni stilistiche. Verismo e bozzettismo non trovano pace.

Franco Pecori

 
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12 aprile 2018