La complessità del senso
19 10 2017

Fino a qui tutto bene

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Regia Roan Johnson, 2014
Sceneggiatura Ottavia Madeddu, Roan Johnson
Fotografia Davide Manca
Attori Alessio Vassallo, Paolo Cioni, Silvia D’Amico, Guglielmo Favilla, Melissa Anna Bartolini, Isabella Ragonese
Premi Festival Internazionale del Film di Roma 2014: Premio del Pubblico.

Fine del ciclo universitario, ultimo week end e poi la vita (quella vera?). Cinque giovani a Pisa, con un po’ di teatro nel cuore e forse qualche ambizione fuori misura, contano le ore e i minuti che li separano dalla fine del periodo (forse) più bello e spensierato. La piccola comunità si scioglie, via con gli scatoloni dalla casa piccola e disordinata in cui si è vissuto mescolando in un’unica esperienza intenti, sensibilità, passioni e intelligenze diverse. Che ne sarà di loro? Vediamo intanto cosa ne è stato, il piccolo film realizzato con un budget di 250 mila euro può dirci qualcosa del “miracolo” che ha visto i ragazzi stare insieme, gestendo anche le proprie contraddizioni, al riparo dai venti di crisi che soffiano sulla società d’attorno. Non che ciascuno di loro non abbia avuto modo di esprimere, lo vediamo nel film, le sue articolazioni personali e le sue capacità di rapporto con gli altri, ma qui conta soprattutto il cinema. E quanto poi alle indicazioni di poetica e di estetica, sarà meglio lasciar stare la categoria dei miracoli. «Ci abbiamo provato e il nostro merito maggiore è questo», ha voluto dire il quarantenne regista angloitaliano dopo il suo secondo lungometraggio (I primi della lista 2011), a fronte delle sottolineature in positivo con cui prima il pubblico del Festival di Roma e poi la critica hanno accolto il lavoro. Come dire: fino a qui tutto bene, auguriamoci che l’operazione fortunata sia stata tale da poter avere la possibilità anche di altre esperienze, magari con situazioni produttive meno forzosamente “povere”. Di sicuro l’ottima accoglienza degli spettatori nel contesto festivaliero è già utile per una riflessione sul linguaggio cinematografico. Sembrerebbe che il pubblico, col suo verdetto, abbia sottolineato una preferenza che tenderebbe a contraddire certi responsi del box-office, una preferenza magari istintiva o forse provocatoria, per un cinema-non-cinema, un modo di costruire storie/immagine spogliate dei costosissimi e ingombranti abiti delle megaproduzioni, un cinema dall’espressività, per così dire, autosufficiente, autoproduttiva, che fa a meno degli effetti speciali e dei set megagalattici e dei divi dello schermo, un cinema in presa diretta con la “realtà” osservata a distanza ravvicinata o addirittura toccata con mano. Un cinema “neorealistico”? Necessità fece virtù anche nel dopoguerra italiano, ma non per nulla i singoli autori negarono sempre una qualsiasi intenzione espressiva collettiva nella scelta di materiali “poveri” e/o trattati con mezzi eccentrici rispetto ai modi da studios. Interessanti le parole del direttore della fotografia Davide Manca, il quale dice di Fino a qui tutto bene: «E’ un film sul filo del rasoio, ricco di piani sequenza a mano, fatto quasi tutto con luce naturale, dove abbiamo sfruttato e temuto il sole, dove ogni giorno abbiamo rischiato, osato e esagerato, perché altrimenti non sarebbe mai uscito fuori un film così bello!». Ecco, con rispetto parlando, il problema è proprio qui: la bellezza. A ciascuno la sua, verrebbe da dire, se l’espressione non rischiasse di essere equivocata in senso qualunquistico o, peggio, opportunistico. L’estetica è materia di ricerca molto più… relativa (storica) di quanto comunemente si sappia. Sarà il caso di riutilizzare le indicazioni provenienti dalla tradizione neorealistica – con le successive e decisive continuazioni francesi – per evitare un pericolosissimo mini-relativismo insignificante, a vantaggio della valorizzazione dell’importanza propulsiva del set in quanto tale nell’economia poetica del lavoro: una forza interna che dal materiale della ripresa prende vita ulteriore e sensata, fino al montaggio e alla proiezione, portando nel racconto elementi che non era stato necessario pre-scrivere e che, di momento in momento, si sono rivelati nella loro autosufficienza. E’ la ricchezza di film come questo di Roan Johnson e di tutto (un’ovvietà raramente così necessaria) il cast, film ricco non in quanto “povero” ma perché produttivo di senso, da e al di là del vacuo tracciato narrativo di base e a patto che non si creda che il merito di tale ricchezza sia direttamente da attribuire alla “povertà” produttiva. Non ci pare, insomma, che si tratti qui di un altro Pranzo di Ferragosto. Il cinepensionamento della creatività non è in questione. Da vedere, piuttosto, gli esiti prossimi della battaglia contro la crisi attuale, che non è solo economica. I cinque giovani li lasciamo in una barchetta in mezzo al mare, hanno tentato un’ultima uscita diversiva prima di lasciarsi andare ciascuno per la propria strada e il motore si è spento, la benzina è finita. Ora si tratta di remare insieme per tornare a riva. Riusciranno i nostri eroi (a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa)? Era il 1968.

Franco Pecori

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19 marzo 2015