La complessità del senso
27 03 2019

L’esorcismo di Hannah Grace

The Possession of Hannah Grace
Regia Diederik Van Rooijenco, 2018
Sceneggiatura Brian Sieve
Fotografia Lennert Hillege
Attori Shay Mitchell, Grey Damon, Kirby Johnson, Nick Thune, Louis Herthum, Staba Katic, Max McNamara, Jacob Ming-Trent.

Ansia e depressione spesso vanno a braccetto. Ma ce ne accorgeremo più tardi. Al primo impatto, l’impressione è di un approccio classico al genere Esorcismo. Il film si apre con una forte scena d’impianto tradizionale. Un sacerdote si applica ritualmente a esorcizzare il Male dal corpo orribilmente deformato di una giovane posseduta, Hanna Grace (Kirby Johnson). Si applica invano, lo vedremo. E dovremo registrare anche il tremendo principio secondo cui il Male si riproduce in quanto si nutre del Bene. Nel film la procedura è anche materiale, fisica, ma in un certo senso vale di più il principio, soprattutto perché trattandosi di esorcismo la radice del discorso sarebbe spirituale. Dopo la prima sequenza, si va avanti di tre mesi e si segue il destino di un’altra giovane, Megan Reed (Shay Mitchell), forte e “tosta” all’apparenza, atletica e decisa, la quale accetta un lavoro piuttosto impegnativo dal lato psicologico: il turno di notte all’accettazione di cadaveri in un grande obitorio, modernissimo e tecnologicamente attrezzatissimo. Megan dovrà restare da sola nel seminterrato, seguendo le strette procedure dell’impianto, ma è sicura di potercela fare. In questa fase centrale del film è importante la cifra ambientale. All’interno della struttura nessun cigolio di porta, nessuna tenda che possa nascondere presenze strane, nessuna scala di legno che porti in soffitta, nessun ritratto che dalla parete occhieggi in modo preoccupante. Soltanto ascensori, porte metalliche automatiche, luci che si accendono con un gesto, corridoi sgombri e “puliti”. Arriva all’accettazione il primo cadavere, Megan attua la procedura, tutto funziona. Ci siamo dimenticati della scena iniziale, di quel corpo di ragazza orribilmente straziato da contrazioni maligne. Quando i resti di Hannah arrivano in barella, avvolti nel sacco di plastica regolamentare, Megan non può immaginare cosa l’attende. Qualche particolare nella procedura non funziona, ma nulla di preoccupante – così pare. Noi però qualcosa sappiamo. La scelta di solitudine di Megan è anche dovuta alla sua storia con l’uomo che amava e che forse ama ancora, un poliziotto che ha scelto (suo malgrado) di togliere il disturbo e che, tuttora interessato a lei, la segue da lontano. Megan porta con sé un contenitore di farmaci, tenta di non affidarsi alle pillole, ma la tentazione è sempre presente. A questo punto l’azione diviene incalzante, noi sappiamo che la presenza del cadavere di Hannah non può essere senza conseguenze. Qui Diederik Van Rooijenco, olandese cresciuto in Grecia e Negli Stati Uniti, proveniente da lavori televisivi e pubblicitari, mantiene l’accuratezza situazionale lasciando crescere l’attenzione dello spettatore tramite il meccanismo della sequenza/ripetizione/variazione. L’attesa si moltiplica attraverso la ridondanza, i particolari aggiungono conferme alla conoscenza. Metodo apprezzabile, ma non misurato di quel tanto da lasciarci “affamati” di novità fino in fondo. Un fuoco tenterà di evitare il peggio alla malcapitata Megan, ma saremo invitati comunque a restare in attesa di un “seguito”, prevedibilmente non basato sulla spiritualità del male bensì sulla sua materiale riproducibilità. Nodi da sciogliere.

Franco Pecori

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31 gennaio 2019