La complessità del senso
27 09 2020

Stay Still

Stillstehen
Regia Elisa Mishto, 2019
Sceneggiatura Elisa Mishto
Fotografia Francesco Di Giacomo
Attori Natalia Belitski, Luisa-Céline Gaffron, Katharina Schüttler, Martin Wuttke, Jürgen Vogel, Giuseppe Battiston, Kim Riedle, Hildegard Schroedter.

Disfunzioni. Lettura non convenzionale dei codici del vivere in società, disturbi psichiatrici, contestazione dell’etica del “fare”, scelta dello “stai fermo, immobile”. Il tappeto è filosofico, a piedi nudi può rivelarsi non precisamente vellutato. Documentarista autrice anche di corti, la regista Elisa Mishto (italiana di Reggio Emilia, video artist, scrittrice di testi musicali, ex pugile), s’impegna in un racconto freddo nella forma e caldo nella sostanza. Nella figura di Julie (Natalia Belitski) è proposta una tematica di ribellione radicale alle leggi del “formicaio”. Il film si apre con la dichiarazione d’intenti della protagonista, la quale ricorda un suo lontano impatto con la presenza delle formiche: “Decisi che non sarei mai stata una formica, io sarei rimasta immobile”. Condotta con estremismo, la scelta porta la donna a frequentare una clinica psichiatrica, assistita personalmente dal Dottor Herrmann (Martin Wuttke). Il comportamento di Julie è deciso, rigido, sul filo di azioni sfrontate, che hanno l’aria di voler essere provocatorie. La donna non si cura dei costi che possano avere i danni anche materiali provocati dalle sue “follie”, è una donna ricca, ha ereditato le fortune della madre, suicidatasi quando lei aveva sette anni. Nelle sue azioni c’è un’amarezza rabbiosa, rivolta a tutto il sistema che ci governa: “Lei è il miglior spacciatore che io abbia mai avuto”, risponde ironica alle prescrizioni del suo dottore. Tra manie incendiare e finzioni di copertura (indossa guanti di plastica per assumere un aspetto di “stranezza” che richiami tolleranza verso le sue “libertà”), Julie è destinata a uno scontro continuo col mondo-formicaio. Notevole l’interpretazione della Belitski. Una svolta possibile si rivela essere un’infermiera, Agnes (Luisa-Céline Gaffron), assegnata da Herrmann come supervisore di Julie. Madre non-felice di una bambina di tre anni, Agnes si rivela partner ideale. Tra le due donne emerge un possibile rapporto. Il film, che aveva viaggiato su un binario di trasparenza indagatrice, con una sintassi paratattica, specchio dell’intento speculativo, di denuncia verso le “prigionie” delle convenzioni sistemiche (“La vita sociale si basa sull’idea che la felicità sia una ricompensa”, smettere di lavorare?), apre a una dimensione drammatica che trasferisce il racconto sul versante non necessario al filo della riflessione. L’attrazione omosessuale non arricchisce il tema di fondo e lascia scivolare le immagini sul confine della banalità. Tanto che siamo attesi da un finale monitorio di questo livello: “per stare fermi bisogna muoversi”.

[Presentato al FilmFest di Monaco 2019, sezione Nuovo cinema tedesco (nomination per la regia e la sceneggiatura), e alla Festa del cinema di Roma – Alice nella Città. Dal 2 all’8 luglio 2020 on demand su MioCinema-MyMovies e a seguire nelle sale]

Franco Pecori

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2 luglio 2020