La complessità del senso
17 08 2017

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

film_unpiccionesedutosuunramoEn duva satt på en gren och funderade på tillvaron
Regia Roy Andersson, 2014
Sceneggiatura Roy Andersson
Fotografia István Borbás
Attori Holger Andersson, Nils Westblom, Charlotta Larsson, Viktor Gyllenberg, Lotti Törnros, Jonas Gerholm, Ola Stensson, Oscar Salomonsson, Rober Olsen Likvern
Premi Venezia 2014, Leone d’Oro.

Il punto di vista di un piccione non più vivo, seduto (!) su un ramo, per osservare la vita folle, la prospettiva sotto la quale l’esistenza umana si può presentare alla riflessione di qualcuno, per esempio di Roy Andersson. Con ciò il regista svedese conclude la trilogia aperta nel 2000 con Sanger fran andra vaningen (Canzoni dal secondo piano, Prix du Jury a Cannes) e proseguita con You, the living nel 2007. Leggibile in chiave di tragicommedia intrisa di ironia e stilisticamente animata da una spiccata tendenza all’astrazione, l’opera si presta a una fruizione estetica riferibile sia alla sfera pittorica che cinematografica. Per il terzo film, il regista parla di Don Chisciotte e Sancho Panza e di Stanlio e Ollio, riferendosi soprattutto alle due figure centrali del film, Jonathan (Holger Andersson) e Sam (Nils Westblom), venditori ambulanti di stantii oggetti per il “divertimento”.  Figurativamente si approda a “una specie di super-realismo”  (la definizione è dello stesso autore) che trasferisce scene di vita sognata, rivissuta e fissata in momenti simbolici. A tratti si sorride, ma il sorriso resta bloccato come in un incubo onirico; a tratti s’intravede un possibile sviluppo dell’azione, ma il movimento tende a esaurirsi spesso all’interno di un campo lungo, quasi sempre in un’inquadratura fissa. Le figure, non è il caso di parlare di personaggi, compongono episodi su di un filo interno rintracciabile e traducibile in una filosofia amara e non-amorevole, un mondo di isolamento e rimpianto, di confino spirituale irrimediabile, i volti sono sbiancati, i corpi non hanno energia oppure la contengono in atti compressi dando l’impressione di uno sforzo inutile, di un disagio e di uno spaesamento fatale. Nella depressione generale, più di una volta un uomo o una donna malconci e ridotti in situazione disperata ripetono al telefono la frase tremenda: «Mi fa piacere sentire che le cose vi vanno bene», come se si riferissero a un mondo altro, a una possibilità-impossibile. Ed ecco il paradosso: dall’interno situazionale il film si ribella, “registra” il mondo-zombie e lo offre alla riflessione dello spettatore contestando implicitamente nell’incubo il cinema di genere, prefabbricato, stereotipo pre-venduto. E a fare l’operazione è un regista dal passato pubblicitario (anni ’70) ricco di premi! le riflessioni del piccione si animano (si fa per dire) in 29 scene in cui  sono individuati altrettanti quadri “ritagliati” dalla vita quotidiana e bloccati in momenti di attesa alla Beckett. Di certo si sa ormai da tempo che Godot (1952) non arriverà e nell’espressione degli attori il traguardo di un’assenza riflessiva alla Buster Keaton è negato dall’estremo contenimento registico, Andersson puntando alla de-finizione più che allo svolgimento del racconto. Diremmo che di racconto non si tratta. Piuttosto la negazione. Nei pochi momenti in cui l’azione sembra potersi avviare in una dimensione dinamica e il tempo prendere comunque un avvio narrativo, ciò che conta è il valore rappresentativo e metaforico delle scene. Si vedano le sequenze dedicate all’entrata in campo del re Carlo XII e della tortura-sterminio degli schiavi da parte dei colonialisti britannici. Più che in altri passaggi del film gli eventi (qui addirittura la Storia stessa) sono ridotti a Tavole d’Arte. Il tema del tempo, della sua drammatica inconsistenza rispetto al fluire delle vicende umane, è ben rappresentato nella scena dell’agghiacciante “musical” della birreria, con il cliente ormai vecchio cadente, sordo e quasi incapace di muoversi, chiamato a rivivere (si fa per dire) i lunghi decenni che stanno per accompagnarlo verso la fine. In sintesi, l’impressione è di una prigione estetica, un luogo statico da cui la contemplazione artistica impedisce di uscire vivi. A meno che non si abbia la possibilità/capacità di individuare (analizzare) l’istanza poetica che muove la regia e si realizzi così come a volte la pur alta dignità poetica possa finire per sovrastare alla poesia, impedendone il respiro – lasciando a noi, qui, la triste eredità senza scampo di una compagnia di morti viventi. [Designato  Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI]

Franco Pecori

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19 febbraio 2015