La complessità del senso
26 05 2018

Il premio

Il premio
Regia Alessandro Gassman, 2017
Sceneggiatura Massimiliano Bruno, Valter Lupo, Alessandro Gassman
Fotografia Federico Schlatter
Attori Gigi Proietti, Alessandro Gassman, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Matilda De Angelis, Marco Zitelli, Andrea Jonasson, Erika Blanc, Elettra Mallaby.

Giovanni Passamonte (Gigi Proietti) desidera tanto un buon sorso di latte fresco, genuino, appena munto da una mucca pascolante in una di quelle valli alpine famose, di quelle viste spesso nelle pubblicità. Ma il valligiano nega il piacere all’intellettuale nostalgico: il latte non è in vendita. Poco male, risponde Passamonte. E si compra la mucca. Il simpatico animale lo ritroveremo in coda, a suggello surreale di una storia un po’ risaputa. Alessandro Gassman ha il problema di sistemare una volta per tutte il suo rapporto col grande padre Vittorio. La bravura d’attore non gli manca, ma vuole passare per la regia cinematografica. Ed eccolo in una situazione simbolica, metaforica, articolata in modo da funzionare anche come sguardo critico verso la società attuale, in cui parole e modi di pensare e di fare non sempre corrispondono ancora ai pensieri “giusti”. In un miscuglio ben dosato di situazioni e di battute si concretizza una visione del mondo rinnovata, riadattata con spirito, in placida trasparenza e mai esibita sguaiatamente. Diremmo che il risultato è di una ferocia “sottovoce”, ciascuno dei personaggi agisce in relazione al perno centrale, alla radice dell’albero, cioè al Passamonte che per l’occasione è colto nel suo momento trionfale. Giovanni ha vinto il Nobel! Scrive libri “di disimpegno civile”, dice, e vuole viaggiare fino a Stoccolma per ricevere la medaglia (“come alle Olimpiadi”) e nello stesso tempo per affermare che occorre “scendere dal podio”. Il viaggio è in macchina e prevede alcune soste nei diversi luoghi della memoria. Si può pensare al Bergman delle “Fragole”? Oreste (Gassman), il figlio bravo (personal trainer senza un euro) ma rimasto un po’ rozzo, confessa: “Non l’ho letto”, provocando lo sberleffo di Lucrezia (Anna Foglietta), sorellastra e blogger aspirante romanziera – ma Giovanni sussurra: “Un occupato in più è sempre un disoccupato in meno che s’improvvisa scrittore”. Il principio si adatterebbe bene anche alle aspirazioni del figliolo, ex atleta non bravo di lotta greco-romana, il quale comunque durante il passaggio in Svizzera offre le sue prestazioni fisiche come salvagente dopo un fermo di polizia per eccesso di velocità. E’ un modo per farsi perdonare la solita battuta qualunquistica contro l’arte moderna, le cui astrazioni procurano un certo fastidio alla testa. Attraversa momenti di lucidità lo scrittore premiato, anche se in generale confessa di non ricordare le cose da dimenticare. Sono le contraddizioni dell’esistere oggi. O sarà l’oppio che spesso arde nella vistosa pipa con cui Passamonte si fa compagnia. Tuttavia resistono alcuni punti fermi nella memoria dell’uomo che ha sparso amori nel cuore dell’Europa. C’è una locanda nel Sud Tirolo, dove “tutto è rimasto uguale”. E infatti non c’è web in camera, per la disperazione del segretario presuntuo-snob, Rinaldo (Rocco Papaleo). E c’è la “città libera” di Christiania a Copenaghen, vi si possono ritrovare generazioni di figli, venuti su anche bene. E c’è la Garbo-parodia di una Greta (Erika Blanc) fuori dal mondo e vocata all’ibernazione privata. Meno che mai poteva mancare una sauna svedese (sovviene per analogia la “saùna” dell’irresistibile Toto, primario relè di ogni possibile Proietti). Generazioni di figli s’incrociano in una ricognizione ironica senza dolore, non sappiamo quanto salvifica per l’autore. Il film, in quanto cinema, ha delle pause nel flusso diegetico dovute all’emersione impropria della scrittura, spesso “trasparente” al di qua delle stesse voci dei personaggi, la cui vita resta frustrata a vantaggio di un’onesta quanto non richiesta obiettività del paradosso. 

Franco Pecori

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6 dicembre 2017