La complessità del senso
23 09 2019

Bohemian Rhapsody

Bohemian Rhapsody
Regia Bryan Singer, 2018
Sceneggiatura Anthony McCarten, Justin Haythe
Fotografia Newton Thomas Sigel
Attori Rami Malek, Lucy Boyton, Aidan Gillen, Joseph Mazzello, Tom Hollander, Allen Leech, Ben Hardy, Gwilym Lee, Aaron McCusker, Neil Fox-Roberts, Meneka Das, Mike Myers.
Premi Oscar 2019: Rami Malek at, mont., Sound editing e mix.

Universale. Per l’Oscar. Da Oscar? Questo è un problema più grande del film di Bryan Singer. È come domandare se Bohemian Rhapsody sia un film musicale. In un certo senso, lo è, più della musica che contiene, giacché quella dei Queen è la musica dell’epoca del rock-immagineBohemian Rhapsody è anche il titolo dell’opera più ambiziosa di Freddie Mercury, leader del mitico gruppo degli anni ’70-’80: un pezzo di 6 minuti, “intrasmissibile” nei programmi radio di allora, per la durata eccessiva e soprattutto per la fusione di generi ritenuti in antitesi tra loro. Ma l’ambizione di Farrokh Bulsara, ragazzo di buona famiglia di origini indiane parsi, nato a Zanzibar e arrivato a Londra con i suoi, si dimostrerà fondata. Tuttavia, nel film non troviamo i connotati culturali dell’epoca. E invece si sa (si sa?) che già da oltre un decennio le musiche di diversa origine nel mondo tendevano a una “libertà” di incontro creativo. Il jazz, per dirne una, non era più quello dell’Era Swing e il contesto in cui nasce e cresce il mito dei grandi gruppi rock non era già più quello di La La Land. Ambizione fondata. Il film si apre con l’entrata dei Queen sul palco dello stadio di Wembley per il grande concerto del 13 luglio 1985, il Liv Aid per la fame in Africa. Per Mercury sarebbe stato il suo ultimo appuntamento importante, l’Aids stava distruggendo il corpo del compositore-cantante dalla vita “esagerata”. Quella performance non la perderemo, è la sequenza finale del film. Il finale vale il film, per l’impatto estetico e per il senso dell’evento. A guardarlo oggi, con la situazione in Africa e nel mondo, quello spettacolo musicale, quel rito di Universalità trasmette un effetto di occasione mancata, di illusoria intenzione. E così, la figura di quel Freddie proteso tra palco, pubblico e cielo fa rabbrividire, non per la musica (dovremmo dire musica bella?) quanto per l’immagine-musica, la quale non ha dato i frutti che si attendevano. È una sorta di scollamento tra arte e vita sociale che, però, non deve sorprendere fino in fondo. Nel film non v’è traccia di tutto questo, il racconto dei primi 15 anni della band è realizzato con tagli sincretici tipici del fumetto, la cui prevedibilità è pari all’esemplare discrezione. Non v’è traccia del passaggio culturale che lasciò trasparire la ricerca di senso di una generazione impegnata a trovare, non nelle immagini ma nell’immagine, la traduzione mediatica delle proprie attitudini. Risulta abbastanza evidente un imbarazzo dell’attore protagonista (Rami Malek) nel traferire sullo schermo un contenuto che non resti al di qua di un lavoro di trucco allo specchio. Freddie morirà di Aids, Mary (Lucy Boynton), la ragazza che da lui ha ricevuto l’anello per la promessa di matrimonio, lo consola così: «Non è neanche colpa tua…Ti aspetta una vita molto difficile».

Franco Pecori

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29 novembre 2018