La complessità del senso
17 12 2017

È stato il figlio

È stato il figlio
Daniele Ciprì, 2011
Fotografia Daniele Ciprì
Toni Servillo, Giselda Volodi, Alfredo Castro, Fabrizio Falco, Aurora Quattrocchi, Benedetto Raneli, Piero Misuraca, Giacomo Civiletti, Alessia Zammitti, Pier Giorgio Bellocchio, Giuseppe Vitale.
Venezia 2012, concorso: Daniele Ciprì foto, Fabrizio Falco Premio Marcello Mastroianni, Toni Servillo Premio 400colpi.

Non è più il tempo in cui si diceva che “i panni sporchi si lavano in casa”. Oggi le miserie del Paese si possono mostrare, tanto che finalmente si può andare anche oltre il “neorealismo” e farne un paradosso estetico, un film che faccia dire: ma in che straccio di paese viviamo? Con gli stracci Daniele Ciprì tesse una stoffa di seta raffinata, trapuntata di ironia e di simbolismi, protetta dal copyright della fiaba grottesca e popolare. Ferro vecchio e periferia degradata, “dignitoso” contegno e aspirazioni verso nuova “ricchezza”, incomprensioni generazionali e staticità culturale sono gli ingredienti di una torta molto rispecchiante una certa realtà palermitana, configurata in particolare nella famiglia Ciraulo. Non c’è lavoro, si sa. E infatti la vita di Nicola (Toni Servillo) è molto dura. Deve mantenere tutti col ferro raccolto dalle navi in rottamazione. Il figlio Tancredi (Fabrizio Falco) lo fa dannare, è apatico, non si muove. Il futuro non si intravede. Ma c’è la mafia. E la mafia spara. Un giorno, Serenella, la figlia più piccola, muore in strada colpita da una pallottola vagante. Le conseguenze di quella morte sono tali da scriverci una favola e sembra proprio una favola quella che il “narratore” Busu (Alfredo Castro) racconta mentre sta in fila col suo numeretto nell’ufficio postale. Lo ascolta il Sordomuto (Pier Giorgio Bellocchio).  Sembrerebbe poco più di una barzelletta, eppure la storia ha il suo lato molto serio, sarcasmo e ferocia dell’osservazione a parte. La miseria di Nicola e famiglia può risolversi col risarcimento statale, previsto per le vittime della mafia. Geniale il suggerimento dell’amico Giacalone (Giacomo Civiletti). Ma i soldi, solo a pensarli, fanno perdere la testa ai Ciraulo. In attesa dell’esito della pratica burocratica, i debiti divengono insostenibili e l’usura sta per rovinare i poveracci. Poi la ricchezza arriva! Come se avessero vinto alla lotteria, i Ciraulo di riuniscono attorno al tavolo per decidere come impiegare la somma. Gira e rigira, la scelta cade sull’oggetto simbolico, il massimo della rappresentatività di status: l’automobile, la Mercedes! Nicola cambia vita (bravissimo Servillo nella parte che sarebbe andata a pennello anche a Peppino De Filippo), idolatrando l’auto meravigliosa. Se la mantiene spolveratissima sotto la finestra della camera da letto, la sorveglia giorno e notte. Ma c’è un compagno cattivo di Tacredi, Masino (Piero Misuraca), il quale convince l’amico a prendere di nascosto la Mercedes per uscire una sera. Al ritorno, un piccolo incidente e un graffio sul davanti. Figuriamoci cosa potrà succedere. Nicola è preso da raptus contro il figlio, non smette di picchiarlo. E chi non ha una pistola? Masino è presente alla baruffa e la pistola ce l’ha. Succede l’irreparabile. Meno male che c’è anche la nonna Rosa (Aurora Quattrocchi). Quando tutti sembrano non ragionare più, la  vecchia ha un’idea. Nicola è morto, non si può fare altro che prenderne atto. E però, chi è stato a ucciderlo? La vicenda di Serenella non ha insegnato niente? Si sorride a denti stretti, vietato fare discorsi retorici. Tuttalpiù, ci si può soffermare su alcuni particolari della vita di famiglia, che Ciprì osserva con sublime ferocia, come la gita al mare insieme ai vicini. Una giornata molto particolare, dove certo non muore nessuno.

Franco Pecori

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14 settembre 2012