La complessità del senso
21 09 2018

Il giustiziere della notte

Death Wish
Regia Eli Roth, 2018
Sceneggiatura Joe Carnahan
Fotografia Rogier Stoffers
Attori Bruce Willis, Elisabeth Shue, Camila Morrone, Vincet D’Onofrio, Beau Knapp, Kimberly Elise, Dean Norris, Jack Kesy, Kirby Bliss Blanton, Mike Epps, Len Cariou.

Il vecchio e selvaggio West è svanito nella memoria metropolitana. L’architetto Paul Kersey è ora un chirurgo del pronto soccorso. Non più New York, ora siamo a Chicago. Sono passati 44 anni, l’eroe ha perso i baffi, somiglia più a Bruce Willis. Death Wish 1, 2, 3, 4, 5: la sesta volta Charles Bronson si riposò (dal 30 agosto 2003 l’attore vive tra noi soltanto con i film da lui interpretati). La nuova maschera porta il segno dei nuovi tempi, nell’espressione c’è la sfumatura di un umorismo, di una sostanza umana conquistata attraverso la vita vissuta. Il Bianco e il Nero non sono così nettamente distinguibili, i ragionamenti e i propositi di vendetta verso la società violenta e ingiusta si sono andati complicando. Il personaggio del Giustiziere sembra avere coscienza di sé, di essere in scena, di proporsi al pubblico. La bravura dell’attore sta nel non cadere nella tentazione dell’ammiccamento esplicito e nel trattenere sul volto un vago ma sufficiente rimando del senso alle derivazioni possibili di quanto accade, ai risvolti culturali (nel pieno e profondo significato della parola) di scelte che in prima istanza sembrano direttamente reazionarie. Traspare anche una certa “disinvoltura” della riproposta, nella consapevolezza di una mancanza di novità del tema (rapinatori in villa, vogliono gioielli e soldi, ammazzano una moglie e madre, lasciano una figlia priva di sensi). Ma proprio qui è l’interessante, come se il regista Eli Roth (attore in Bastardi senza gloria) e lo sceneggiatore Joe Carnahan, obliando ormai il romanzo di Brian Garfield, avessero consegnato a Willis il passaporto per un viaggio terapeutico (non per nulla Paul è medico, convinto operatore in una struttura attrezzata per salvare vite umane) nell’assuefazione e nel fatalismo curabile, sanabile attraverso prove sofferte ma non impossibili e comunque non solo fini a se stesse. Questo giustiziere sarà fuori dalla legge, non contro la legge, i suoi rapporti col detective Rains (Dean Norris) contengono un margine di contiguità, la polizia è in palese difficoltà nella gestione di analoghi casi irrisolti ma Paul non personalizza. Nella dialettica interviene in modo decisivo il ruolo dei nuovi media: Kersey sventa un sequestro di auto, un passante registra il fatto e il video diventa virale. Nasce il Giustiziere, prende il via il racconto, la formalizzazione di un processo la cui origine è privata. Il dolore per il massacro subìto, prende forma di comunicazione e la realtà si fa realismo, rappresentazione, copia. Il chirurgo, marito ora vedovo e padre di una figlia adolescente in coma, si traduce in figura. La figura è leggibile, si trasmette con il senso che i “lettori” danno ad essa in funzione del contesto e cioè della tendenza diffusa e dominante. Il chirurgo, divenuto “mietitore” di vittime dovute, esegue il mandato che gli viene dai social media, dal circuito delle medie idee. Facile, per sé e per gli altri, acquistare un’arma e imparare a usarla. Per sé, Paul è capace di rattoppare squarci della pelle, unendo la prontezza del pronto soccorso alla necessaria efficacia della rozzezza tecnica d’occasione (l’attaccatutto per incollare, la cucitrice a grappette per tenere insieme). La novità del senso è che l’orribile occasione si nutre di necessità al medesimo livello di altri incidenti orribili, appartenenti al contesto, maciullamento di corpi, improvvise esplosioni di violenza “imprescindibile”. E non possiamo nemmeno dire che il film finisca bene: non c’è gioia nella soluzione del caso, giacché il caso appartiene alla “normale” circolazione delle medie idee. A un passo dal valore estetico. 

Franco Pecori

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8 marzo 2018