La complessità del senso
27 06 2017

Lei

film_leiHer
Regia Spike Jonze, 2013
Sceneggiatura Spike Jonze
Fotografia Hoyte Van Hoytema
Attori Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Scarlett Johansson.
Premi Roma 2013, concorso: Scarlett Johansson (voce) atr. Golden Globe 2014 sc. Oscar sc. non orig.

Una storia romantica? Sembrerebbe, ma c’è di mezzo un computer – anzi, un sistema operativo. Si può amare un OS? L’interrogativo è sperimentato sulla propria pelle da Theodore, il protagonista del film. Ne veste i panni il bravo Joaquin Phoenix (Signs 2002, The Village 2004, Two Lovers 2008, The Master 2012), col difficile compito di dare sostanza umana all’avventura di un uomo che, in un futuro prossimo, potrà trovarsi ad avere rapporti “intimi” con una certa Samantha, donna invisibile, la cui voce (di Scarlett Johansson e, nella versione italiana, di Micaela Ramazzotti) proviene dal computer tascabile che Theo ha sempre con sé – ultimo regalo della più attuale tecnologia. Una donna, ma in che senso? Voce sintetica, “identica” al vero, Samantha è frutto dell’assemblaggio programmato di un campione vastissimo di dati umani che hanno fatto di “lei” una “persona” sensibile e affettuosa, intelligente, intuitiva, capace di comprendere il carattere e le preferenze dell’interlocutore e perfino di chiarirle a lui stesso, fino a farsi amare come donna vera e a venire coinvolta a livello “sentimentale”, come partner ideale, proprio nel momento in cui Theodore è molto suscettibile dal lato affettivo, essendo sul punto di divorziare, con dolore, dalla moglie Catherine (Rooney Mara). In apparenza, il rapporto con Samantha è comodo e non implica responsabilità pratiche, non incide sulla realtà concreta, sui compiti e doveri di Theo, impegnato a vivere in una metropoli difficile come Los Angeles. Lui è un tipo già abbastanza addestrato ad avere a che fare con realtà virtuali, il suo mestiere è di scrivere “belle lettere” per conto terzi, attività che lo porta continuamente a immedesimarsi negli altri. Quando poi va a casa, si spassa con meravigliosi giochi dove la finzione è “più vera del vero”. Forse non è un caso che l’amore con Catherine sia andato a male. La sostanza del contenuto non è del tutto nuova. Per la presenza “femminile”, viene in mente l’Alberto Sordi alle prese con la domestica robot (Io e Caterina, 1980) e, per il problema dell’autonomia di decisione in chiave più seria, si può risalire al 1968, quando Stanley Kubrick mette in scena il calcolatore Hal 9000 (2001: Odissea nello spazio). Ancora prima, nel 1965, Jean-Luc Godard aveva immaginato  Alphaville, città del futuro controllata dal cervello elettronico Alpha 60, un luogo dove la parola “perché” era stata sostituita da “poiché” e dove era proibito piangere. In Her, neanche l’idea filosofica sottostante sembra andare molto al di là di una domanda stile Catalano: “Chi sei, chi potresti essere, dove stai andando”. L’attrattiva del film è principalmente nel “paesaggio”, l’ambiente futuribile è tanto ravvicinato da sembrare quasi la rappresentazione di un passato prossimo. Ai moltissimi, specialmente giovani, abituati a vivere a stretto contatto con supporti elettronici e a scambiarsi nel web messaggi non solo verbali, l’invenzione di Spike Jonze sembrerà soprattutto confermativa dell’ambizione ormai generalizzata verso un’esistenza avvolta nella rete, protetta da ogni sorpresa diabolica. Tuttavia, Jonze (Essere John Malkovich 1999, Il ladro di orchidee 2002, Nel paese delle creature selvagge 2009) non è certo regista ingenuo: creatività, autorialità, identificazione e “doppio”, coscienza e sostituzione dell’altro sono parametri frequentati dalla sua fantasia cinematografica con una certa insistenza. In particolare, la scelta di Joaquin Phoenix come protagonista di Her evidenzia una sottile continuità con Two Lovers (James Gray, 2008), film in cui lo stesso Phoenix viveva, nei panni del timido Leonard, il dilemma interiore tra un matrimonio tranquillo e una passione vera. Ora la passione non è più una persona in carne e ossa (Gwyneth Paltrow), ha lasciato le sembianze umane per assumere il carattere programmato di un Sistema Operativo. Saranno veri i “sentimenti” di Samantha? Fino a un certo punto, sembrerebbe di sì. Tutt’al più, dovremmo prendere atto di essere, come lei, esseri storici, elaboratori di dati. Il divertimento (nella prima parte del film si sorride e si ride anche di gusto, la sceneggiatura fila via disinvolta, piena di curiosità) si fa via via meno leggero e quando Theodore viene a sapere che, pur nello slancio perfino erotico, Samantha persegue un irrefrenabile senso evolutivo che la rende incapace di “fedeltà” assoluta, tutto rischia di rientrare nella stretta dimensione umana, il sogno di una felicità virtuale, depurata di rischi e ostacoli, sembra svanire. Non resta che una chiusura malinconica e comunque relativamente consolatoria. Theo e la sua vecchia amica Amy (Amy Adams), accoccolati in vista del panorama metropolitano, accettano il loro momento contemplativo. 

Franco Pecori

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13 marzo 2014