La complessità del senso
17 11 2019

I migliori anni della nostra vita

Les plus belles années d’une vie
Regia Claude Lelouch, 2019
Sceneggiatura Claude Lelouch, Valérie Perrin
Fotografia Robert Alazraki
Attori Anouk Aimée, Jean-Louis Trintignant, Marianne Denicourt, Souad Amidou, Antoine Sire, Monica Bellucci, Tess Lauvergne, Vincent Vinel, Laurent Dassault, Françoise Coupel, Laurent Prudhomme.

Per i giovani di tutte le età. E per i nipoti, i cui nonni da essi si attendono virtù, conoscenza, affetto. Claude Lelouch e la Nouvelle Vague del cinema furono già parenti attraverso il sentimento più che negli intenti espliciti dell’estetica o della politica culturale. Godard, Truffaut segnarono il trapasso dal cinema classico con tracce vistose e dal tratto perfino infantile, un po’ come i grandi pittori e artisti della prima parte del Novecento, con le loro sfrontatezze “elementari”, contro la copia e nella coscienza del detto. Lelouch ha coniugato la passione per il documentario con la cattura e l’espressione degli effetti che il “documento” produce a contatto con lo sguardo, con la scelta dell’obbiettivo. E uno stereotipo musicale come lo sciabadabada di Francis Lai ha dimostrato il potere riassuntivo del segno quando l’esperienza trova il bivio tra programma e impressione. Ora il testamento e insieme il battesimo nuovo. Il bambino ha sete di esperienza, il nonno non rinuncia a farsi sorprendere, i due personaggi vivono la parte vera come fosse finzione, fusi in una maschera unica che li sorprende in un’ennesima scena. L’ultima? Non se ne parli. C’è sì il meccanismo necessario a raccontarla, per chi voglia testardamente restare ancorato a quella lontana sostanza del contenuto, del 1966. Jean-Louis Duroc e Anne Gauthier si conobbero per via dei loro bambini ed ebbero un’avventura molto sensuale e molto sentimentale, piena di slancio e di rifiuto, di sì e di no impliciti, di limiti che la interruppero (“era troppo bella, perfetta” ?) e che, gli stessi, ora la fanno rinascere. Ma non è più questo il piano narrativo, quella sostanza si attenua. La segretaria di edizione vive un suo cinema/film della quotidianità di nonna, “bella e giovane”, lontana dall’avventura. E lui, lo scapestrato pilota di auto sportive, siede solitario, malinconico, smemorato e ironico, tra gli ospiti di una casa per anziani (“un posto che è il meglio di quanto c’è di peggio”. Di lei parla spesso a suo figlio Antoine, il quale riesce a rintracciare Anne e la convince a recarsi in visita da lui. Il “riconoscimento” è una struttura in due lunghe sequenze. L’arte sublime di Jean-Louis Trintignant e di Anouk Aimée coniuga verità e bugia, ricordo e finzione, segreto e svelamento, riconquista e resa, infine voglia non più di rivivere ma di vivere la passione nuova. In quella camera 26 dove 50 anni prima la giovane vedova disse no, ora bastano 5 minuti, una sosta per uno sguardo a quell’angolo di letto e si potrà accelerare in auto attraverso i semafori rossi della città all’alba, verso un nuovo e medesimo appuntamento, o magari verso il mare, più piano, a vedere il tramonto. Lelouch non esagera in flash, ché sarebbero ovvi e stucchevoli. Solo qualche tratto di pelle giovane, di sorriso attraente (“avevo una gran bella bocca”, dice il vecchio Jean-Louis), uno sguardo nella Deux-chevaux, una carezza in dettaglio trasognata. Si sofferma invece il regista autore sulla scena della spiaggia in bianco e nero e fa ripetere a Trintignant la lezione di cinema che, divertito, fece all’incuriosita Aimée: che Ladri di biciclette è fondamentale per il Nuovo Cinema. Forse un giovane, un nipote, verrà a saperlo davvero. Altro che Corbucci e Castellari. [Cannes 2019, fc]

Franco Pecori

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19 settembre 2019