La complessità del senso
17 12 2018

Un sogno chiamato Florida

The Florida Projet
Regia Sean Baker, 2017
Sceneggiatura Sean Baker, Chris Bergoch
Attori Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Kimberly Prince, Valeria Cotto, Sandy Kane, Christopher Rivera, Karren Karagulian, Cecilia Quinan, Gary B. Gross.

Oh la Florida! Vacanze e soggiorni di sogno. Spiagge, piscine, hotel, parchi di divertimento, il Walt Disney World, folle di turisti. Non lontano da uno dei grandi e meravigliosi parchi, lungo la mitica US Highway 192, c’è posto anche per un motel a doppia fila, abitato da poveri, gente che non si può permettere di vivere in un appartamento. Il mondo è bello perché è vario. Sono persone che superano le difficoltà della giornata con umili lavori, fingendo di avere una situazione di famiglia normale, arrangiandosi anche un po’ per farcela. Vi sono pure figure eccentriche, fuori anche da tale piccola normalità, come per esempio Halley (Bria Vinaite), giovane ragazza madre, poco più adulta della sua figlioletta di sette anni, Moone (Brooklynn Kimberly Prince), peste intelligente, sensibile e incontrollabile – a scuola, ha sentito dire, c’è d’interessante solo la ricreazione; “vorrei che facessero forchette di zucchero”, osa immaginare Moone quando una volta le capita d’ingurgitare quante più delizie in una sola seduta nel pub dove la mamma l’ha condotta, a dispetto della propria migliore amica/nemica. La condotta di Halley non si può dire che sia esemplare, la giovane riceve “amici” pur sapendo di non poterlo fare e mette disordine in ogni alloggio in cui è costretta a trasferirsi a causa del suo comportamento disinvolto.  Man mano che il film procede, il dettaglio delle scene di comportamento “libero” produce un accumulo di “piccole” sregolatezze, delle quali si fanno involontario e trasparente veicolo la piccola Moone e le sue compagnie di vicinato. Non diremmo una banda, data l’età infantile, ma certo le creature si divertono a modo loro. Lo spettatore si diverte con le loro stranezze compiute con naturalezza. Si potrebbe anche parlare di curiosi conflitti di codice, evidenziati specialmente dalla presenza di figure infantili. A un certo punto, viene fuori la parola “socializzazione”, quasi fosse tale la mancanza, il difetto che renderebbe difficile la vita nel luogo. Già, ma se provassimo a esplicitare l’intreccio di livelli e di pertinenze che il socializzare al meglio comporterebbe, ci renderemmo facilmente conto che non sempre ad ogni funzione (sociale, culturale, economica, storica) corrisponde una “banalità” del comportamento. Insomma, vuoi vedere che, dalle parti dei parchi del divertimento c’è anche poco da divertirsi? Uno che certo non si diverte, sensibile, maturo e prigioniero com’è del ruolo ingrato di responsabile del motel/ghetto, è Bobby (Willem Dafoe, candidato all’Oscar 2018 come attore non protagonista). Il suo senso umanitario lo fa sentire un po’ padre, un po’ zio tollerante di quella scapestrata di Halley, predestinata – sembra – all’immancabile visita dei “servizi sociali”. La piccola Moone, con arte di attrice consumata, piangerà forte. Noi rimaniamo a riflettere sul referente strutturale di un film come questo, divertente, simpatico, commovente, stimolante e soprattutto “aperto”: un documentario-fiaba che ha l’aria di voler restare incompiuto, fermo allo start di una corsa il cui tracciato è (ancora?) da stabilire. The Florida Project è passato alla Quinzaine di Cannes 2018 ed è stato scelto come film di chiusura a Torino. Sarà interessante seguire il lavoro di Sean Baker, autore indipendente già premiato con riconoscimenti nel nome di John Cassavetes e di Robert Altman. Il suo film precedente, Tangerine, ha avuto un buon lancio al Sundance del 2015 e poi anche al Torino Film Festival, sezione Festa Mobile.

Franco Pecori

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22 marzo 2018