La complessità del senso
23 08 2017

Room

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Regia Lenny Abrahamson, 2015
Sceneggiatura Emma Donoghue
Fotografia Danny Cohen
Attori Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen, Sean Bridgers, William H. Macy, Megan Park, Cas Anvar, Amanda Brugel, Joe Pingue, Tom McCamus.
Premi Golden Globe e Oscar 2016: Brie Larson atr. Toronto 2015, Special Presentation: People’s Choice Award.

L’uomo disse di aver perso il suo cane lì nei dintorni del parco. La donna si prestò ad aiutarlo nella ricerca e venne presa e sequestrata. Rinchiusa in un capanno, vi rimase per anni. Vi ebbe un figlio, insieme a lui non vide più il mondo di fuori, l’uomo provvide a fornire i viveri e le cose essenziali, dormì con lei mentre il bambino osservava da dentro l’armadio. La realtà del Fuori venne sostituita da parole magiche e dai programmi televisivi. Stanza si chiamò il mondo Dentro, due sedie, un tavolino, un lavandino, un letto e pochi altri oggetti in dieci metri quadrati. Uno spicchio di cielo dal lucernario sul tetto. All’inizio vediamo il piccolo Jack (Jacob Tremblay) e la sua Ma (Brie Larson) che si preparano a festeggiare il quinto compleanno in quel mondo “al minimo”, fatto di realtà sognate. Un vago senso di claustrofobia ci arriva dallo schermo e pian piano il disagio del vivere così “nascosti” si fa meno misterioso e insieme più determinato nei dettagli. La vita come prigionia è un concetto esibito come paradigmatico senza che il dublinese Abrahamson mostri di volercene dare conto, limitandosi a dettagliare la situazione in un kammerspiel fenomenologico. Il fattore thriller è più suggerito che messo in opera. L’attenzione si fa progressivamente teoretica, per il confronto insistito tra rappresentazione interna, diretta quanto allusiva, e trasferimento immaginario del vissuto in una dimensione fantasiosa e sostitutiva. La sensazione di una prigionia “folle” si fa sempre più invadente e, al punto giusto, arriva il rovescio dell’azione, il cambio emotivo. Come in uno specchio, vedremo l’uscita dalla Stanza e il nuovo ingresso nel mondo “reale”. La madre s’inventa un trucco e catapulta all’esterno il figlio, facendo leva sul fattore paterno che nell’uomo comunque c’è. Il rientro in famiglia presenterà problemi non meno complessi, soprattutto per Ma. Invitati forse un po’ troppo esplicitamente, osserveremo la difficile progressione del nuovo adattamento, nella casa dei nonni di Jack, dove per altro la situazione psicologica è tutt’altro che tranquilla. La forma del film è discreta, il taglio delle sequenze non fa salire l’emozione oltre il livello medio, preferendo la regia dare spazio a una fruizione riflessiva. Attrae soprattutto l’incolpevole disagio del piccolo protagonista (bravissimo attore), con l’arduo compito che lo attende nel ridisporre le misure del mondo dopo i lunghi anni tra le quattro pareti della Stanza. Si tratterà anche di vedere se poi la “ricchezza” della realtà esterna si dimostrerà così diversa rispetto alla “prigionia” della prima parte. La palla passa al pubblico.

Franco Pecori

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3 marzo 2016