La complessità del senso
18 12 2017

L’insulto

L’insulte
Regia Ziad Doueiri, 2017
Sceneggiatura Ziad Doueiri, Jöelle Touma
Fotografia Tommaso Fiorilli
Attori Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Elie Njem, Tatal El Jurdi, Heorges Daou.
Premi Venezia 2017: Coppa Volpi Kamel El Basha at.

Pertinenza e circostanza. Se dici a qualcuno una brutta parola, la gravità dell’insulto può dipendere da diversi fattori. In generale, dal contesto e dal momento. Anche dalla Storia. Una parola non ne vale mai un’altra. Negli anni ’70 in Italia, dare del “fascista” a una persona poteva provocare facilmente reazioni violente. Una ventina di anni dopo, la parola era scomparsa o comunque non aveva più l’impatto, un po’ sintetico e un po’ qualunquista, che aveva avuto sulla scia del Sessantotto. Oggi potrebbe essere ancora diverso, dopo qualche delusione ideologica in più e qualche “buon proposito” in meno – e dopo il definitivo trionfo del Grande Fratello televisivo (la cultura va sempre considerata). Il riferimento alla storia italiana non è inutile per capire la portata ideale de L’insulto, quarto film del libanese Ziad Doueiri (il primo è West Beirut del 1998), presentato con successo alla scorsa Mostra di Venezia e selezionato a rappresentare il Libano agli Oscar 2018. Nato nel 1963 a Beirut, Doueiri ha visto da vicino la guerra civile e ha poi studiato e fatto le prime esperienze cinematografiche negli Stati Uniti. Ha buone ragioni per riflettere su una situazione pacificata solo formalmente. Toni (Adel Karam) è un libanese schierato con la destra cristiana, ha un’autofficina e sua moglie Shirine (Rita Hayek) è in attesa di una figlia. Nel tempo libero l’uomo innaffia i fiori e lava il suo balcone. L’acqua in eccesso s’incanala nella grondaia posticcia e cade sulla strada. Una “illegalità” generalmente tollerata, finché una volta a sentirsi piovere sulla testa è Yasser (Kamel El Basha), proprio il capomastro della ditta che lavora al riassetto della palazzina. Gli operai sistemano a dovere il tubo, ma Toni sfascia il lavoro a martellate. Yasser, rifugiato palestinese, lo apostrofa urlandogli: “Sei un cane!” (l’insulto suona così nel doppiaggio italiano). Sarà bene ricordare allo spettatore che “I Cani del Sinai” è il titolo del libro che Franco Fortini scrisse (Quodlibet, 1967) subito dopo la Guerra dei sei giorni. Dal libro è stato poi realizzato il film Fortini/Cani (Jean-Marie Straub e Daniele Huillet, 1976). Leggiamo: “ ‘Fare il cane del Sinai’ pare sia stata locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra ‘correre in aiuto del vincitore’, ‘stare dalla parte dei padroni’ ”. Toni si sente offeso, pretende delle scuse e grida a Yasser: “Sharon avrebbe dovuto sterminarvi!”. Yasser gli sferra un colpo e gli rompe due costole. Inutili i suggerimenti per una soluzione “pacifica” da parte sia del datore di lavoro del palestinese e sia delle due mogli, Shirine e Manal (Christine Choueiri). L’evidenza dei ruoli femminili sottolinea il portato “privato” dell’episodio in cui, in un quadro di riferimento storico, viene messa in gioco anche la “dignità” delle persone; e in cui le donne risultano essere la parte maggiormente in grado di esercitare una “ragionevolezza” umana e concreta. Il contrasto finisce comunque in tribunale, con il conseguente coinvolgimento dei media e della politica. Efficace, soprattutto in sede di dibattimento, l’innesto dell’elemento concorrenziale tra di due difensori: per Toni, Wajdi Wehbe (Camille Salameh) è il padre di Nadine (Diamand Bou Abboud), la quale difende Yasser. Una sottolineatura in più circa il radicamento profondo della questione in gioco. Nel complesso, a fronte della stesura emozionale di un tema dalle implicazioni tutt’altro che risolte e anzi tuttora potenzialmente esplosive, emerge un’esplicita ricerca di “obiettività” che a tratti sfiora l’esibizione, segno anche questo della difficile complessità referenziale. Ma segno che finisce per attenuare la carica drammatica del film, affidata in maggior parte alla raffinata bravura di Kamel El Basha, maestro del “contenimento” emotivo.

Franco Pecori 

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6 dicembre 2017