La complessità del senso
22 01 2020

Sorry We Missed You

Sorry We Missed You
Regia Ken Loach, 2019
Sceneggiatura Paul Laverty
Fotografia Robbie Ryan
Attori Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster, Charlie Richmond, Julian Ions, Sheila Dunkerley, Maxie Peters, Christopher John Slater, Heather Wood, Albert Dumba, Natalia Stonebanks.

Alcuni lo chiamano affettuosamente “caro, vecchio Ken Loach”, altri rimproverano al regista britannico (classe 1936), sempre con molto rispetto, di continuare a fare “lo stesso film”. Lunga vita, Loach! Le sue opere (due le Palme a Cannes, Il vento che accarezza l’erba 2006 e I, Daniel Blake 2016) andrebbero viste tutte, ma se ne può vedere anche una: s’impara a cogliere la trasparenza e insieme la ricchezza del senso, la profondità del tema trattato, il peso delle parole, scelte con precisione nell’economia del fare poetico. Nessun citazionismo, zero accumuli, responsabilità dichiarata verso il punto di vista – cinepresa e montaggio a colloquio serrato – e insomma siamo lontani da sprechi di sensazioni e anche da osceni verismi. Avete presente il Barocco (c’è anche nel cinema, in sovrabbondanza)? Il contrario. Ogni volta, anche in quest’ultimo racconto, Loach ci mette di fronte a una verità lampante. Disperazione e volontà di farcela vivono in un abbraccio drammatico nel quadro di una famigliola povera e laboriosa, sfruttata senza pietà dal meccanismo produttivo che non vuole soste, respiri, rischi. S’impara che il lavoro non è un prodotto ma un rapporto, la cui funzione incide sulla vita dei lavoratori, sui loro sentimenti e sulle loro prospettive “private”. Ricky (Kris Hitchen) e Abby (Debbie Honeywood), marito e moglie, tirano il fiato lavorando senza sosta, lei dalle 7,30 alle 21, badando praticamente senza orario a persone anziane, visitandole di casa in casa e cercando di mantenere nelle cure una dimensione umana; lui passa da un mestiere all’altro, prendendo di volta in volta quello che capita. Da ultimo, accetta le condizioni estreme di corriere/fattorino per una ditta tipica della nuova “gig economy”. Il “lavoretto” della consegna di pacchi a domicilio è una gara contro il tempo, non prevede soste, tutto è controllato elettronicamente e sottoposto ad un disumano calcolo di produttività. Il tempo libero è costituito da attimi. Ricky arriva a portarsi dietro la figliola Lisa (Katie Proctor). “Ruberanno” momenti di pausa nel giro frenetico delle consegne, mangeranno insieme un panino rischiando il bip-spia della scatoletta/scanner che emette il suono se la sosta dura più di due minuti. L’altro figlio, Seb (Rhys Stone), sedicenne, dà dei pensieri, tanto che viene sospeso dalla scuola e subisce un’intervento della polizia. Il padre, chiamato a presenziare, è costretto a interrompere il lavoro, sapendo che lo stop gli costerà non solo una sanzione ma una multa pesante, mentre già l’affitto del furgone per le consegne ha un peso economico al limite del sostenibile. Abby ha dovuto vendere la propria macchina e si sposta con i mezzi da una parte all’altra della città (Newcastle, la stessa del film precedente). La tensione nella famiglia è destinata a produrre effetti drammatici. Le scene della quotidianità, progressive verso la crisi dei rapporti, sono condotte con assoluta misura  fino al limite di una severa essenzialità. La quale però, qui è il maggior pregio estetico, non intacca e anzi esalta l’efficacia anche emotiva del film. L’azione da cui il titolo – tanto per dire – è data da un dettaglio di Ricky, il quale, massacrato dalla vita in tutti i sensi, trova la forza di lasciar scritto alla moglie un appunto: “Non arrabbiarti, me la caverò”. Il finale è aperto, ci chiama in causa, come testimoni e diremmo come attori noi stessi. [In concorso a Cannes 2019]

Franco Pecori

 

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2 gennaio 2020