La complessità del senso
20 11 2018

In memoria di me

film_inmemoriadime.jpgIn memoria di me
Saverio Costanzo, 2006
Christo Jivkov, Filippo Timi, Marco Baliani, André Hennicke, Fausto Russo Alesi, Alessandro Quattro, Milutin Dapcevic, Massimo Cagnina, Ben Pace, Matteo d’Arienzo, Stefano Antonacci.

Sì, però…anche se… Sono giorni così. Il dubbio, che una volta fu al vertice della filosofia, ora è nel linguaggio quotidiano e si perde nel suo uso debole, dove nemmeno parole dalla tradizione forte aiutano più – tipologia, per esempio: «Le mostrerò tutte le nostre tipologie», minaccia il commesso al cliente dubbioso sull’acquisto della cravatta. E al plurale: non i tipi, ma gli studi dei tipi, le loro classificazioni.  L’ «anche se» di Saverio Costanzo non è esplicito, giacché qui siamo nell’arte. Il dubbio è tradotto in estetica comune. Non v’è un solo momento del film in cui l’ambiguità non sia chiaramente protagonista – dove ambiguità non è una parolaccia. E’ nel carattere della generazione dei trentenni, specie italiani, questa patologia della “riserva” mentale: da una parte un’apparente istanza di identificazione e dall’altra l’esibizione di una difficoltà a scegliere; un’indecisione spalmata su tutto il panorama esistenziale, dalla mancanza di lavoro, alla carenza di interiorità, perdita di “valori” e via dicendo. E persino nel cinema “divertente”, un generale disorientamento, con strani miscugli di avanspettacolo e diaristica giovanile. Costanzo, dopo l’impegnativo Private, in cui riusciva a bilanciare la politica internazionale con la non-violenza individuale, vira verso l’interno. Il suo Andrea (Jivkov), appunto un giovane dei nostri giorni, dice che vuole «diventare una persona», prova a farsi prete bussando alla porta di un convento per praticare esercizi pirituali per la formazione di sacerdoti. Disciplina dura, separazione dal mondo, riflessioni sull’amore di e per Cristo, iniziazione all’indifferenza per la realtà esterna. Ma l’astrazione non è processo semplice, nella vita e nella poesia, nella scrittura e nel cinema. Quel convento veneziano (il film è girato nell’isola di S. Giorgio), architettura palladiana, meditazione benedettina, ospita fatalmente virtù e difetti di uomini alla ricerca della propria dimensione, con le loro paure, le ambizioni, i “peccati”. Parchi di parole, sacerdoti e novizi intrecciano confronti e scontri tipici della convivenza conventuale. Da un momento all’altro si potrebbe entrare nello scandalo di una realtà compressa e artificiosamente preservata dai mali. Forse per evitare rischi di banalizzazione, Costanzo privilegia lo stile, risolvendo le questioni del critianesimo, religione drammatica, in soluzioni formali, sia nelle parole che nelle immagini (molto “belle”). E quello che poteva essere un istruttivo “prima del Grande Silenzio” resta un quasi rumore, che del Silenzio non sa cosa fare. Un cerchio-e-botte spirituale: uscire dal convento? Sì, però… Allora, rimanerci… anche se… 

Franco Pecori

Print Friendly

9 marzo 2007