La complessità del senso
19 10 2017

Mistress America

film_mistressamericaMistress America
Regia Noah Baumbach, 2015
Sceneggiatura Noah Baumbach, Greta Gerwig
Fotografia Sam Levy
Attori Greta Gerwig, Lola Kirke, Matthew Shear, Jasmine Cephas-Jones, Heather Lind, Michael Chernus, Cindy Cheung, Kathryn Erbe, Dean Wareham.

America padrona e anche maestra di vita. Dipende dal punto di vista. Se sei una matricola universitaria a Manhattan, l’impatto con il primo semestre al college può risultare problematico. Alla giovane Tracy (Lola Kirke, vista in Gone Girl – L’amore bugiardo di David Fincher, 2014) tutto sembra poco interessante, si sente spaesata, le lezioni le sembrano noiose e le ambizioni di scrittrice le vengono frustrate al primo tentativo di far valutare un suo racconto. Quanto a Tony (Matthew Shear), è un ragazzo che forse l’attrae, ma la sua Nicolette (Jasmine Cephas-Jones) è troppo gelosa. A Tracy non resta che accettare un aiuto e presentarsi alla figlia trentenne del fidanzato di sua madre. Brooke (Greta Gerwig, To Rome with Love 2012, Eden 2014) sembra non avere problemi d’inserimento, con lei Tracy si vedrà catapultata a Times Square. Qui interviene la regia di Noah Baumbach, autore del quale basterà citare Lo stravagante mondo di Greenberg (2010) e il più recente Giovani si diventa (2014) per intuire che l’impaccio del vivere è trasferibile non solo da Tracy a Brooke ma a tutto il nuovo contesto di una società “evoluta”, che non sa decidersi tra dedizione alla Rete (Twitter e via dicendo) e imprese più concrete tutte da definire. E’ un disagio che, nel cinema americano, senza voler risalire a Chaplin, era intuizione folgorante già in Jerry Lewis (il suo personaggio potrebbe bene far parte del gruppo di giovani di Mistress America). Invece di inventarsi facili “prestiti” dallo stereotipo generalizzato della pop-comunicazione, l’indipendente Baumbach sorride sarcastico alle soggezioni che imprigionano  i giovani nei circuiti perversi degli analfabetismi funzionali e dei blocchi mentali che impediscono loro di districarsi nei falsi ma purtroppo realistici labirinti dell’alienazione progettuale e sostanzialmente ciarliera. Aprire un ristorante che sia anche parrucchiere e galleria d’arte? Appassionarsi al “vinile” (la musica dei padri) o restare aggrappati alla nuova desuetudine del mp3? Fare tutto e nulla, parlando di più, ambientandosi nelle follie di mille tematiche strutturali? Bisognerà comunque trovare i soldi per il Fare e potrà accadere che venga meno l’apporto dell’amico sul quale si era fatto affidamento. La povera Tracy è presa nel vortice, non sa decidere se vivere direttamente la storia in cui si è infilata o se magari raccontarla, sia pure con la sola qualità letteraria di cui è capace. Una cosa è sicura: nella mente di quel bel gruppetto di amici non si allocano progetti di una società diversa, nessun disegno altruista, nessuna allusione a imprese di più largo respiro. Ed è, al di là dello specchio, il senso sottostante della pazzia estetica di Noah Baumbach.

Franco Pecori

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14 aprile 2016