La complessità del senso
24 04 2024

La zona d’interesse

The Zone of Interest
Regia Jonathan Glazer 2023
Sceneggiatura Jonathan Glazer
Fotografia Lukasz Zal
Attori Christian Friedel, Sandra Hüller, Max Beck, Ralph Herforth, Stephanie Petrowitz.
Premi Cannes 2023: Gran Premio della Giuria

Prima immagine: uccellini cinguettano, in riva al lago una famigliola prende il sole nel verde e fa il bagno. Tranquilla felicità. Ma cos’era quella musica impressionante (by Mica Levi) di un minuto prima, su schermo nero al primo attacco del film? Vedremo. A casa, una villa con giardino, serra, piscina e orto. Hedwig (Sandra Hüller) fa annusare l’odore dei fiori alla sua piccola creatura tenuta in braccio, poi saluta il marito Rudolf (Christian Friedel), lo vede andar via, in divisa militare, verso il lavoro. L’ufficiale non dovrà andare lontano. Soltanto un cancelletto di legno separa la casa dal muro di recinzione che delimita con filo spinato la zona. Siamo ad Auschwitz. Nel campo, Rudolf (il terribile Rudolf Höss) è uomo di responsabilità. Il Führer lo premia. Il londinese Jonathan Glazer (Birth – Io sono Sean 2004, Under the Skin 2013) parte dal romanzo di Martin Amis, ma davanti allo schermo viene più in mente Michael Haneke. Ogni minimo dettaglio della “normalità” quotidiana rivela dall’interno casa e verso l’esterno opprimente (fumo scuro e grida straziate) la traccia d’un immaginario presente come verità del campo e come “zona” sincronica. Di sequenza in sequenza, il quadro dettagliato di un “vivere bene” (oggi welfare?) disegna con geometria compressa, trattenuta e potenzialmente esplosiva una metafora dal forte sentore d’attualità. Mentre vediamo il destino di Rudolf precisarsi in una direzione “obbligata”, verso il sistema che gli ordina la preferenzialità del “lavoro” allontanandolo dalla quotidianità famigliare, le scene si fanno più scure, pesanti. Perfino lo stomaco dell’implacabile controllore del Campo mostrerà almeno un’esitazione. Poi il finale. La forma del racconto accentua un valore documentario che non aggiunge molto al peso della metafora progettuale. Certo, le immagini del personale delle pulizie che oggi tiene in ordine l’ambiente museale, con i resti del massacro conservati in bacheca e con i forni ancora “pronti” a funzionare, non si può dire che abbiano debole impatto. Tuttavia, il peso metaforico complessivo del film resterebbe immutato anche se bloccato sull’inquadratura con cui Rudolf scompare dallo schermo. Forte è il ritorno del nero, con quella musica per nulla rassicurante. 

Franco Pecori

 

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22 Febbraio 2024