La complessità del senso
26 09 2017

Lo chiamavano Jeeg Robot

film_lichiamavanojeegrobotLo chiamavano Jeeg Robot
Regia Gabriele Mainetti, 2014
Sceneggiatura Nicola Guaglianone, Menotti
Fotografia Michele D’Attanasio
Attori Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Gianluca Di Gennaro, Antonia Truppo, Salvo Esposito, Maurizio Tesei, Stefano Ambrogi, Francesco Formichetti, Daniele Trombetti.

Vogliamo dire che un eroe di Romanzo criminale, il Dandi del film di Michele Placido (2005), sarebbe stato in realtà un Supereroe italiano? No, ma lo può diventare ora.  L’importante sarà non ripetere per un certo nuovo cinema italiano “Di Maniera” l’errore di sottovalutazione che a suo tempo fu commesso – dicunt – dalla critica verso il western nostrano, di serie B. Allora garantiamoci una poltrona nella sala buia dell’aggiornamento e partecipiamo con esplicita gioia (applausi) alla previsione di successo di Claudio Santamaria nei panni di Enzo Ceccotti, divoratore di yogurt e di pornotv, inconsapevole (irresponsabile) elemento di contorno del degrado malavitoso di Torbellamonaca (Roma Capitale) e casuale quanto fortunato partecipe del risveglio delle coscienze fumettistiche che dall’ignobile (dialettale strascicosa) periferia metropolitana lo porteranno nell’Empireo immaginario dove si spalancano le porte per i toccati dalla vocazione umanitaria. Tutto funziona a meraviglia nel film-novità di Gabriele Mainetti, già frequentatore di set come attore (Il cielo in una stanza, Carlo Vanzina 1999, Un altr’anno e poi cresco, Federico Di Cicilia 2001) e come regista (Basette 2008, Tiger Boy 2008). Novità in quanto, mentre nelle precedenti regie l’elemento fumettistico aveva un valore complementare nello sviluppo delle storie, qui è l’immaginario complessivo a venire occupato e totalizzato, fornendo ai personaggi una vera e propria alterità rappresentativa, una forma di alienazione benefica – se si può dire – che trasferisce a un appropriato livello di esasperazione l’utopia infantile del Fattore di Giustizia, risolutore invincibile di situazioni estreme. Sequenze “mozzafiato” e prestazioni fisiche al di là del normale, risarciscono il poveraccio succube del contesto zero in cui il destino lo ha confinato e catapultano Ceccotti nella categoria super ambita dagli immeritevoli antagonisti (il cattivissimo e velleitario “Zingaro” / Luca Marinelli) – i “napoletani”, capitanati da un’implacabile piccola femmina interpretata da Antonia Truppo, fanno banda-a-parte. Nella fase introduttiva vediamo Enzo che scappa a perdifiato da minacciosi inseguitori ed è costretto a immergersi nel superinquinato Tevere, le cui immonde acque ospitano materiali radioattivi in tale densità da trasformare il malcapitato in un uomo dalla forza e dalla resistenza straordinarie. Ce ne accorgiamo subito dopo, quando lo vediamo precipitare dal nono piano e atterrare di schiena senza restarci secco. Poi sarà un vortice di strabilianti dimostrazioni di prestanza, tali da convincere Alessia (Ilenia Pastorelli), filiazione dell’ormai mitico tipo di svampita-intelligente Sonia / Micaela Ramazzotti di Tutta la vita davanti, a consolidare la propria sensibilità di ragazza-bambina tramortita da tristi vicende paterne verso la conferma illusoria del mondo fittizio, da cui è rimasta segnata. Siamo dalle parti del manga Jeeg Robot, per la ragazza Enzo è l’eroe Hiroshi: riesce perfino a correggerne certe inadeguatezze per lei insopportabili: «Un supereroe con le scarpe di camoscio – gli dice – non s’è mai visto». Insomma un’operazione sfrontata. Mainetti dice fuori dai denti: Basta con la stanca commediola italiana, diamoci al cazzeggio fantasioso più spinto. La pretesa non è da poco, i mezzi tecnici sembrano adeguati, sebbene si faccia uso intensivo di un’ironia smaccatamente preannunciata ed esibita.

Franco Pecori

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25 febbraio 2016