La complessità del senso
23 06 2021

Valley of the Gods

Valley of the Gods
Regia Lech Majewski, 2019
Sceneggiatura Lech Majewski
Fotografia Lech Majewski, Pawel Tybora
Attori John Malkovich, Josh Hartnett, Bérénice Marlohe, Keir Dullea, John Rhys-Davies, Jaime Ray Newman, Joseph Runningfox, Steven Skyler.

La storia della Creazione del mondo secondo i Navajos, nativi nord-americani, e la storia del matrimonio dello scrittore John Ecas (Josh Hartnett) che si è messo male. Possibile che vi sia una relazione? Quando il tema è la Sacralità, tutto è possibile. Comprare la Sacralità. È ciò che ha in mente Wes Tauros (John Malkovich), l’uomo più ricco del mondo (trillionaire) – stereotipo che comporta la mitizzazione del possesso -, il quale mette l’occhio sulle terre dei Navajos. I Navajos hanno nella mente un’idea della Creazione, ma a Tauros interessa l’uranio estraibile dalla loro terra. La sacralità si può conservare come proprietà assolutamente privata, interna. O si può offrire alla partecipazione più generosa, interconnessa, magari come passepartout per visioni esclusive. Non si può tradurre se non a prezzo di storicizzazione. È il confine della conquista, forse del sopruso, una storia che viene da lontano e sconfina comunque in qualche sorta di imperialismo. Sul filo di una irrapresentabilità, del concetto e della sensazione, il polacco Lech Majewski puntella la propria fantasia con rimandi specialmente malickiani, kubrickiani, felliniani sottolineando il Valore-non-Valore dell’impresa, cioè del dare consistenza percettiva (cinema) a quella rappresentazione che, per esempio Dante Alighieri (Lech ha conosciuto Dante, Onirica – Field of Dogs), poté contenere in invenzione letteraria. Non è un problema nuovo, il cinema si ripete spesso, tuttavia può anche piacerci di godere per assurdo della riconquista d’una proprietà mentale-storica e sacrale, accettandola come ricambio esistenziale. Certo, cosa volete che sia la crisi di un matrimonio quando lo scrittore può risolverla con una capatina al Navajo Tribal Park della Monument Valley, cioè con un brillante trasferimento di senso che, per di più, ha il vantaggio dell’offerta di un generoso recupero di Fantasia contro il più che disprezzabile progetto del Cattivo – e trasognato – Riccone? Il film di Majewski sbanda onorevolmente da una scena all’altra, sostenuto dallo stereotipo (non è una parolaccia) della Fantasia. Wes Tauros vive nascosto, ama l’Arte e conserva un segreto. La Valle degli Dei primitivi lo attira. Sappiamo perché. Nessun dramma. Lo scrittore in crisi matrimoniale troverà materia per un bel libro. Lo vediamo andare da Wes Tauros, lo vedremo immerso in un’avventura piuttosto estetica, tra Sogno e Realtà. I panorami mozzano il fiato, l’upupa interviene spesso. John s’è portata dietro nel suo jeeppone la vecchia scrivania di legno, la tira giù in mezzo alla Valle e comincia a scrivere, come se niente fosse. Seguono dieci capitoli, assemblati con criterio sincronico, sbilanciati verso il loro significato interno. Wes Tauros incappucciato morde una mela e viene investito da una macchina. Ma per il momento non è niente, si apre la porta della sua magione. Elettronica Medioevo Rinascimento convivono appassionatamente nella propria finzione (un po’ Fiction). In una riunione manageriale, “tratta da una storia vera” per il Telegiornale, un indiano in costume perfetto ha delle perplessità sul piano di Tauros. È legato al passato. Gli dèi si opporranno anche se al bar dei primitivi c’è Pepsi. Per l’associazione che dobbiamo accettare, seguono scene – tempo e luogo diversi – di “distanziamento” tra John e moglie (Jaime Ray Newman). Lei, un’artista, preferisce il deltaplano. Ecas, non potendo restare in casa sul divano, scriverà la biografia di Tauros. Andrà da lui (col jeeppone). Il viaggio non lo raccontiamo. Nel mentre, in zona Navajo, scene d’amore petroso. Vedrete. E s’apre il portone di Tauros. Un maggiordomo super e il fantasma di Elvis, ma non solo. Una stilografica di marca, per esempio. Dura proseguire, è fuga e ritorno, simbolo e documento, sublime e volgare. Tennis a casa di Michelangelo, cavalli selvaggi, pianto di neonato, Rocce che partoriscono, antropologie culturali, Casta Diva in Beauty Farm, bruciore di jeep, ventate macabre di Dolce Vita, ah l’opera lirica nella fontana! Figure. Finzioni sotterranee, sepolture. Ritualità finale. Terra santa, terra di montagna. Spettacolo e botti. Il Bambino è gigantesco. Scrivi, caro Ecas, tra le montagne. Forse tua moglie si rifarà viva. Più smaliziata Bérénice Marlohe, lei ha conosciuto Bond. Terza America, dopo Nomadland e Minari: nomade, chilometrizero, nativa.

Franco Pecori

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3 giugno 2021