La complessità del senso
22 09 2021

Dune

Dune
Regia Denis Villeneuve, 2021
Sceneggiatura Denis Villeneuve, Jon Spaihts, Eric Roth
Fotografia Greig Fraser
Attori Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Stephen McKinley Henderson, Zendaya, David Dastmalchian, Chang Chen, Sharon Duncan-Brewster, Charlotte Rampling, Jason Momoa, Javier Bardem.

Ed eccoci nel Terzo Millennio. Ma così è una banalità, per il semplice fatto che è la verità. La casata Atrides. Un’esigenza romanzesca, un’ancora narrativa se narrazione fosse il traguardo. Il romanzo di Frank Herbert ispirò male David Lynch nel 1984, ora bisognava uscirne. E ne siamo fuori, giacché Villeneuve non ha intenzione di ucciderci. Andiamo sì in ricognizione su Arrakis. Incroci di sangue nella magia dell’inevitabile garantiscono una continuazione, forse. Paul (Timothée Chalamet) sogna, noi non viviamo più. Cambiare l’universo è una parola. Non è restata, sembra, che una spezia nella sabbia piena di vermi. Sognare, forse un po’ vivere, andando dietro a magiche previsioni. Il viaggio di Paul sarà lungo, chissà. Villeneuve è un regista che prefigura, predice, preinterroga. In Arrival (2016) nuotava nel dubbio della ricerca, fino a trovare nella possibilità/necessità del linguaggio (come intendersi?) l’appacificarsi di un’angoscia del futuro, l’adesione al mistero possibile, che può svelarsi. Nessun combattimento, no guerra dei mondi, bensì passione per il rischio semiotico che si concretizza in prima comunicazione. Fede forse, ma la parola è troppa. Qui si parte da un passo indietro, con Chalamet che per un attimo fa pensare ad Harry Potter. Pazzesco. Ma non lo accettiamo, meglio lasciarsi prendere da un medievale esplicito, dal dovere della continuazione e della riparazione. Un padre c’è sempre, implicito o presente nella figura, ma comunque veritiero, nativo, che giustidìfica l’azione. L’ambiente sabbioso dice tutto, forse troppo, sulla disperazione della chiarezza perduta, sul recupero impossibile del mondo da vivere nonostante. Malgrado mostri e mostruosità in agguato. Ma ve ne sono nel nostro quotidiano, del tempo ormai passato. Soltanto, qui ve n’è memoria vaga e dunque rafforzata. E il ritmo lento, per nulla pacato. E l’agitazione interna che ti prende quando sogni male e non riesci a svegliarti. Dune, lui, il figlio che porta il peso di un dovere, ma anche la sabbia che minaccia religiosità perduta, allarme invasivo per una storia non più raccontabile. Cast da impazzire, roba da Oscar. Da vedere senza quasi guardare. Non a fuoco quasi sembra, giacché il fuoco si direbbe spento. La luce degli esterni fa male agli occhi, a contrasto con l’oscurità d’attorno. [Fuori concorso a Venezia 2021]

Franco Pecori

16 settembre 2021