La complessità del senso
17 12 2017

Viva l’Italia

Viva l’Italia
Massimiliano Bruno, 2012
Fotografia Alessandro Pesci
Raoul Bova, Alessandro Gassman, Michele Placido, Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Maurizio Mattioli, Rocco Papaleo, Rolando Ravello, Sarah Felberbaum, Imma Piro, Camilla Filippi, Barbara Folchitto, Nicola Pistoia, Valerio Aprea, Ninni Bruschetta, Stefano Fresi, Remo Remotti, Isa Barzizza, Sergio Fiorentini, Lucia Ocone, Sergio Zecca, Edoardo Falcone, Maurizio Lops, Urbano Lione.

Contro la politica del “compromesso storico” italiano, le sue radici, le sue conseguenze, Massimiliano Bruno (Nessuno mi può giudicare 2011) inscena un film-comizio chiedendo una mano a Michele Placido, il quale si presta a indossare i panni facili del senatore squalo improvvisamente trasformatosi in “bocca della verità” grazie a una demenza fronto-parietale. Colpito dalla malattia mentre consuma uno dei suoi facilissimi rapporti extraconiugali, Michele Spagnolo si ritrova privo di freni inibitori e comincia a “cantarle” a tutti, divenendo presto figura troppo scomoda per coloro che nei decenni hanno scambiato con lui i favori relativi a quell’arte di arrangiarsi ben conosciuta in Italia ai diversi livelli e non solo negli ultimi tempi. Infatti, gli sfoghi di Spagnolo, limitati sulle prime a qualche esplicita e “sorprendente” offesa verso i più stretti collaboratori e poi verso la famiglia (moglie ipocrita e “puttana”, figli incapaci – Susanna/Ambra Angiolini attrice cagna, Valerio/Alessandro Gassman bamboccione di casa e Riccardo/Raoul Bova onesto e bravo medico solo all’apparenza), culminano nel grido finale rivolto agli elettori delle prossime elezioni – sì, proprio così – con alle spalle quattro gigantografie che già da sole dovrebbero segnare l’intento politico del film. Scapigliato e rosso in volto, Spagnolo/Placido urla la sua indignazione per lo stato delle cose italiane mentre le foto di Moro, Togliatti, Pertini e Berlinguer dovrebbero richiamarci, per contrasto, a responsabilità nuove, di cittadini finalmente consapevoli degli errori della storia. Quasi più convincente come prestazione personale che come prova d’attore, l’esploit di Placido è inutilmente “autorizzato” da un provocatorio ripasso della Costituzione italiana (Repubblica fondata sul lavoro ecc.), i cui articoli punteggiano il succedersi delle misere (povere di sviluppo narrativo) scenette vanamente protese verso lo status di commedia e ancorate invece al criterio della più statica tipologia. Nel quadro scenico dei nostri giorni fornito dalla realtà politica/antipolitica, attori/registi più bravi sono all’opera e dimostrano che, in vista delle elezioni, si può fare a meno del cinema. Al cinema ci piacerebbe vedere commedie italiane, si accenna troppo spesso ai grandi “maestri” senza che di loro si avverta traccia significativa.

Franco Pecori

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25 ottobre 2012