La complessità del senso
18 10 2017

Reality

Reality
Matteo Garrone, 2012
Fotografia Marco Onorato
Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D’Urso, Giuseppina Cervizi, Claudia Gerini, Raffaele Ferrante, Paola Minaccioni, Ciro Petrone, Salvatore Misticone, Vincenzo Riccio, Martina Graziuso, Alessandra Scognamillo.
Cannes 2012, concorso: Grand Prix.

Il “reality” come doppio del “reale” è un’ingannevole illusione che non funziona prima di tutto a livello teorico e può produrre equivoci sul giudizio dell’opera, artistica o meno che sia. Si può partire da Dziga Vertov (L’uomo con la macchina da presa 1929) e andare all’utopia del “pedinamento” totale – i mitici “novanta minuti consecutivi della vita di un uomo” postulati da Cesare Zavattini nel 1950 (Il cinema e l’uomo moderno, Edizioni sociali), fino ai più attuali effetti elettronici della fantascienza tendenti ad azzerare le distanze spazio-temporali in un controllo assoluto dell’esistenza. Sul piano estetico tutto può andare bene, purché il valore dell’opera non si faccia dipendere da un realismo “obbiettivo” che la cinepresa costitutivamente non può sostenere (il problema è l’obbiettività dell’obbiettivo). Il merito di Matteo Garrone è di aver affrontato il tema del formato televisivo “Reality” bypassando l’ovvietà del possibile e consunto dibattito sull’influenza della Tv nel nostro quotidiano e puntando dritto alla poesia. Il fatto che la storia di Luciano, il protagonista magistralmente interpretato da Aniello Arena (attore di teatro, ergastolano nel carcere di Volterra, alla scuola di Armando Punzo), provenga da una vicenda realmente accaduta, sottolinea proprio con un elemento di paradosso la complessità della questione, dal cui intrigo si può uscire, come fa il regista, immaginando il piano semi-onirico e fantastico dei comportamenti e trasfigurandoli in una rappresentazione artistica dalle venature surreali. Il pianosequenza iniziale, con la ripresa aerea della carrozza a cavalli bianchi che porta una coppia di sposi nel grande hotel per festeggiare il matrimonio popolare in una finta e orrida cornice sfarzesca, richiama memorie felliniane di una realtà fittizia (la “Dolce Vita”) che a suo tempo fu interpretata nientemeno che come “affresco”. A distanza di mezzo secolo non possiamo certo commettere lo stesso errore, a costo di riflettere anche sul resto del cinema di Garrone, che da Terra di mezzo (1997) a Estate romana (2000), a L’imbalsamatore (2002) e a Gomorra (2008) riscatta in chiave poetica il pericolo (o il merito, come si voglia) di una fotografia “documentaria” della realtà. Dunque il pescivendolo napoletano Luciano “esce pazzo”, vittima dell’attrazione televisiva e specialmente del programma, il Grande Fratello, in cui vede l’occasione di diventare “famoso”. Ma attenzione, la prima spinta verso quel tipo di fama gli viene non direttamente dalla Tv ma dagli effetti televisivi che già operano in quanti stanno attorno a Luciano e anzi vivono con lui in famiglia e anzi dalle stesse sue piccole creature, già conquistate dal potere fittizio. La normale vita quotidiana viene “interrotta” dall’idea del successo facilmente ottenibile – così sembra al personaggio – con la semplice esibizione della propria esperienza di vita. Luciano riesce a fare il provino per il programma grazie alla “raccomandazione” di un guitto animatore in elicottero, Enzo (Raffaele Ferrante), riconosciuto alla festa di matrimonio. Il pescivendolo scarica sulla commissione il proprio vissuto, convinto dell’assoluta efficacia di quel modello privato e “autentico”. Ma qui è la sconfitta delle sue aspirazioni “realistiche”. La realtà soggettiva di Luciano non è altro che l’ennesimo modello di “finzione” operante nel contesto in cui il protagonista vive, con la sua famiglia, la moglie Maria (Loredana Simioli), i parenti e gli amici di tutti i giorni: una vita non meno “finta” di quella ri-proposta dalla Tv sotto forma di casa-laboratorio. Garrone ha dichiarato che il suo Luciano è una specie di Pinocchio contemporaneo, il che, per l’ingenuità/furbizia delle sue scelte, è anche giusto, ma la differenza essenziale sta nel destino del personaggio: il Pinocchio di legno non fa che andare verso la sua fine di burattino, ansioso di diventare umano in carne e ossa, mentre Luciano è atteso da un’uscita di senno che lo imprigionerà nell’incubo finale di una risata non propriamente felice. Con uno zoom all’indietro, dall’interno degli studi televisivi del Grande Fratello dov’è riuscito a infilarsi fino alla distanza aerea simile a quella della sequenza iniziale, lo lasceremo immerso nella sua soddisfazione isterica. E la misura realistica della storia resterà sospesa a mezz’aria, con i piatti della bilancia al medesimo livello delle due finzioni, le quali, messe insieme, non fanno una realtà. Ma un Reality poetico sì, lo fanno, ricco di “umanità”, “spontaneità” e “doloroso ingegno”, ricchezze di cui si nutre tutta la famiglia di bravi attori di teatro – e si nota la differenza con tanti altri attori che le tavole del palcoscenico non hanno mai conosciuto -, capaci di far vivere la poesia della finzione in un mondo-trappola che sembrerebbe senza via d’uscita. Nella successione delle scene, la coerenza narrativa interna (questo il possibile realismo) è data al film anche dalla perfetta sintonia tra esecuzione della sceneggiatura e occhio fotografico con cui viene fissata la visione del rappresentato. Quando si dice: film d’autore.

Franco Pecori

Print Friendly

28 settembre 2012