La complessità del senso
23 09 2019

La paranza dei bambini

La paranza dei bambini
Regia Claudio Giovannesi, 2019
Sceneggiatura Roberto Saviano, Claudio Giovannesi, Maurizio Braucci
Fotografia Daniele Cipri
Attori Francesco Di Napoli, Ar Tem, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Valentina Vannino, Pasquale Marotta, Luca Nacarlo, Carmine Pizzo, Ciro Pellecchia, Ciro Vecchione, Mattia Piano Del Balzo, Aniello Arena, Roberto Carrano, Adam Jendoubi, Renato Carpentieri.

Non si pensi che sia inutile: “Tanto, sono cose che si sono viste in Tv”. Il film di Claudio Giovannesi (Fiore 2016, Alì ha gli occhi azzurri 2012) è proprio l’esempio di come si abbia ancora il diritto culturale, nel senso più ampio e profondo, di attendersi qualcosa di migliore, di meno convenzionale, dei prodotti “tratti da una storia vera”, confezionati per il piccolo schermo. Anche la derivazione letteraria del film – da Roberto Saviano, Ed. Feltrinelli – ha un’importanza relativa rispetto alla narrazione cinematografica. E non ci stanchiamo di ripetere che estetica non si riferisce specificamente al problema del Bello. La paranza è una barca, il tipo di imbarcazione che i pescatori usano per la pesca costiera. Spesso l’equipaggio si consolida in gruppo, affiatato per affrontare il duro lavoro del mare con i pericoli che comporta. Il comandante è il capo paranza. A Napoli, nei quartieri dove la vita ha le sue proprie regole, quell’imbarcazione è metafora di una cellula, parte dell’organismo che vive – per forza di cose? questo è un problema – un’esistenza solidale, le cui leggi sono trasversali, rigide, recinsione di un inferno dove si scontano pene volute dalla Storia. Si tratta di organismi, lo studio dei quali comporta vastità di orizzonte antropologico e consistenza radicale e metodica della ricerca. Guai a confrontare direttamente riti e miti  di certi “universi” (di universo non ve n’è uno solo, questo lo sappiamo) con i riti e i miti della società borghese, anche repubblicana e democratica. Basterebbe pensare al concetto di ordine. Ok paranza. Ma i bambini. I bambini sono buoni. A quale età si può essere considerati criminali? Giovannesi parla così del film: «Nonostante i quindici anni dei protagonisti, i ragazzi sono costretti al rapporto quotidiano con la morte, al pensiero di essa come possibilità reale: vivono l’ambizione della conquista e scelgono la guerra nell’incoscienza». Incoscienza non può non essere termine relativo. La tendenza dei figli a sostituire i padri è generalizzabile, ma non  è omologabile indistintamente nelle diverse situazioni sociali, le quali hanno, nelle storie, riferenzialità non azzerabili. Il film narra di un gruppo di piccoli amici. Nicola (Francesco Di Napoli) è il capo paranza, Letizia (Viviana Aprea) è la ragazza di cui s’innamora. Sono ragazzini “presi dalla strada”, come si diceva una volta, e messi a rivivere se stessi con la precisa accortezza di mantenerne le qualità “spontanee”, non tralasciando di farne degli attori sul serio, cioè di non lasciarli far finta di niente davanti alla macchina da presa. È ciò che di più interessante si nota. Vogliamo dire che nell’arte la naturalezza non esiste, è comunque “naturalezza”. E c’è il set, c’è l’inquadratura, ci sono le luci, c’è il montaggio. E c’è il metraggio. L’immagine è elettronica, ma, per intenderci, diciamo che in questa Paranza non c’è un fotogramma di più, solo il necessario. Il racconto scorre per direttissima, non un istante di pausa, eppure quella dei bambini dei Quartieri Spagnoli di Napoli sembra una vita vera. Vera con le sue regole, i suoi valori-fregatura. Ma saremo forse i primi a dire, anche noi – poiché così si dice -, che la vita è “una fregatura”? Il Rione. Nel Rione Sanità, i bambini fanno/rifanno quello che hanno visto fare fin dalla nascita. Scaraventano a terra il grande albero di Natale e arrivano a sparare con le armi: belle, sono più belle del cronometro d’oro. E non tutto è Male, c’è del Bene nel Male, sarebbe bello arrivare a non far più pagare il pizzo per il “posto” delle bancarelle. Si sniffa? Ma è bello comprare i mobili nuovi per la casa di mamma, poveretta, che vive con la sua misera lavanderia.  Bisognerà togliere di mezzo gli “scemi” del quartiere e prendere il loro posto, ma in fondo non è giusto così? Resta l’amicizia col figlio di uno che comandava e che poi fu giudicato “infame”: è un onore essere ammessi di nascosto a visitare la sua vecchia casa. E l’amore per Letizia? Per lei, che se non ci fosse stato l’imbroglio avrebbe meritato di essere eletta miss, Nicola vede una fuga felice: a Gallipoli! Nicola ha un fratellino più piccolo, il regista gli affida il finale per un cortocircuito necessariamente retorico, visto ciò che precede e visto che ciò che precede è il risaputo. Ecco l’importanza del contenuto: il Risaputo. L’arte del cinema ce lo impone a un livello superiore, superando la copia, costringendoci all’apprezzamento. Non si dica che è inutile. [In concorso al Festival di Berlino 2019]

Franco Pecori

 

 

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13 febbraio 2019