La complessità del senso
18 12 2017

Il venditore di medicine

film_ilvenditoredimedicineIl venditore di medicine
Regia Antonio Morabito, 2013
Sceneggiatura Antonio Morabito, Michele Pellegrini, Amedeo Pagani
Fotografia Duccio Cimatti
Attori  Claudio Sanatamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio, Roberto De Francesco, Ignazio Oliva, Giorgio Gobbi, Vincenzo Tanassi, Leonardo Nigro, Ippolito Chiarello, Alessia Barella, Paolo De Vita, Pierpaolo Lovino, Beniamino Marcone, Roberto Silvestri.

Lo sapevate che alcune case farmaceutiche  – molte? quasi tutte? – praticano il “comparaggio”? In altre parole, i medici – molti? quasi tutti? – vengono consigliati e, se non basta, persuasi dalle relative aziende produttrici a prescrivere i farmaci commercialmente più convenienti, spesso a discapito della salute dei pazienti. La persuasione avviene tramite regali più o meno importanti. Il successo delle operazioni determina la salute delle aziende a scapito della concorrenza, oppure il loro progressivo deperimento. Ovvio che il personale, diciamo così, ne risente in termini di carriera e di occupazione. In certi periodi, la “mortalità” può risultare diffusa. La floridezza dipende molto dalla “bravura” dei singoli venditori, o informatori medici, di acquisire e utilizzare, anche senza scrupoli, i mezzi a loro disposizione. Si può andare dal “presente” quasi insignificante al viaggio/vacanza per partecipare a un convegno, al regalo di un’auto importante. Ovviamente il meccanismo produce concorrenza anche interna alle aziende, dove il taglio delle teste, specie in periodi di crisi, è pratica diffusa, affidata per lo più ai “capi area”, i quali controllano con spietata determinazione la “produttività” delle squadre di venditori loro affidate. Mettiamo che tutto questo lo sappiate già, per via della frequenza sempre più fitta di notizie sul tema, apprese dai notiziari dei diversi media, televisione in testa. Da un film “di denuncia”, italiano e realistico (è stato italiano il neorealismo cinematografico), sarete legittimati ad aspettarvi un approfondimento in termini espressivi, artistici, un lavoro che, senza tradire – ovvio – lo spirito del contenuto, offrisse a voi che per una volta vi foste staccati dal piccolo schermo per vedere un film al cinema proprio sull’argomento già conosciuto dalla Tv la buona occasione di avere, di quell’argomento appunto spinosissimo, un’impressione estetica, tale da riceverne una consapevolezza culturale meno passeggera, meno legata alle occasioni massmediatiche. Il film di Antonio Morabito (Cecilia 1999, Non son l’uno per cento 2006), da questo punto di vista, è piuttosto deludente. Conferma i pregi di una benemerita diffusione informativa circa le pratiche corruttive di cui sopra, assumendo un portato di ridondanza anche giustificabile rispetto ad altri mezzi di comunicazione, ma non sale il gradino artistico che dovrebbe segnare la differenza qualitativa rispetto alla forma “News”. L’ambascia in cui si dibatte il protagonista Bruno (Claudio Santamaria), venditore di medicine, nel tentativo di salvare il proprio posto di lavoro e, insieme, il rapporto con la moglie Anna (Evita Ciri), impegnata a sua volta a salvare  la propria voglia di perpetuazione della specie, è affidata a un continuo ansimare emozionale che finisce per ridurre le problematiche da veicolare a figure tipiche, più “riconoscibili” (rispetto a usuali e consolidate strutture videonarrative) che portatrici di autentico senso drammatico. Stesso discorso, forse  perfino più spinto ai limiti del fastidio, producono  i sovratoni della recitazione di Isabella Ferrari, implacabile Capo Area di Bruno, un po’ troppo preoccupata a segna(la)re l’importanza della propria presenza nel contesto della sceneggiatura, anziché a fornire le connotazioni disumanitarie previste dal proprio personaggio a livello di script. Più centrata risulta la prestazione di Marco Travaglio, impegnato a porre lo stile della propria figura di giornalista e scrittore “tutto d’un pezzo” al servizio dello sgradevole personaggio di Malinverni, oncologo dalla falsa fama di luminare incorruttibile. Per quanti avessero l’esigenza di veder soddisfatta una propria istanza interiore, morale, la sceneggiatura ha previsto la figura del giovane medico Sebba (Ignazio Oliva), il quale respinge sdegnosamente le lusinghe di Bruno e al quale, purtroppo, non resta che sottolineare la prevedibile conclusione della vicenda (da non rivelare!) con la palesemente impotente esclamazione: “Che schifo!”.

Franco Pecori

 

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29 aprile 2014