La complessità del senso
29 10 2020

I miserabili

Les misérables
Regia Ladj Ly, 2019
Sceneggiatura Ladj Ly, Giordano Gederlini, Alexis Manenti
Fotografia Julien Véron
Attori Damien Bonnard, Jeanne Balibar, Alixis Manenti, Djibril Zonga, Issa Perica, Al-Hassan Ly, Steve Tientcheu, Almamy Kanoute, Nizar Ben Fatma, Raymond Lopez, Luciano Lopez, Jaihson Lopez, Omar Soumare, Sana Joachaim, Lucas Omiri.
Premi Cannes 2019: Prix du Jury.

Bello tosto, sì. Poliziesco all’americana, ma europeo, francese. Fece un po’ così anche Godard all’inizio, sebbene con altri intenti, più dialettici. Non è l’eco del titolo verso il capolavoro di Victor Hugo (1862) a dover fare strada per una rilettura. Molti non hanno letto quel romanzo e il film di Ladj Ly, al debutto nel lungometraggio dopo il bel documentario del 2017 (A voce alta – La forza della parola), non servirà da risarcimento. Inutile insistere sulla diversità di linguaggio letteratura-cinema. Forte invece la citazione, tratta dal libro, con la quale il film si chiude, parole bianche sul nero: “Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”. Si è avuto del tempo, oltre un secolo e mezzo, per riflettere su quelle parole e le cose sono almeno due, dato che una soluzione ai problemi di una conflittualità sociale – e di molte altre – drammaticamente permangono: o le parole di Hugo traducono una legge immodificabile, di natura metafisica, o non sono abbastanza utili alla soluzione di certi problemi che la storia pone. Non ci sono soluzioni di destra né di sinistra, direbbe qualcuno oggi, non solo da noi. «Il casino del 2005 non è servito a niente», sottolinea uno dei tre poliziotti in borghese della Brigata anticrimine protagonisti del film. Siamo a Montfermeil, Parigi affatto centrale, quasi che il grande scrittore continuasse a osservare “di lassù” l’evolversi del destino “miserabile” delle genti relegate al gradino basso della società. La scena introduttiva, con i festeggiamenti popolari per la vittoria della nazionale di calcio, ci suggerisce un’amara ironia. Le parole finali, sul nero di cui sopra, dovranno servire al recupero di quell’ironia, a chiudere il tema in una “consapevolezza” obiettivante (universale) e forse consolatoria? Vedremo, si preannuncia il seguito in forma di “serie”, come si fa in Tv. Il taglio narrativo, serrato, sfrondato e sfrontato come si conviene a una regia moderna, consapevole di cronache/denuncia mozzafiato e piene di rabbiosa impotenza relativa a contenuti quasi insopportabili (in genere, conflitti a sfondo razziale, soprusi, arroganze del potere, uso indiscriminato della forza pubblica), tiene desta l’attenzione. Siamo continuamente stimolati a una lettura contestuale, che relaziona il comportamento e i caratteri dei personaggi, nel tentativo di trovare il filo per un senso non troppo scontato della vicenda. La sceneggiatura mostra un’analisi del contesto ambientale più che sufficiente, tanto da offrire alla mdp la libertà per seguire da vicino i personaggi, affidando ad essi la restituzione complessa del quadro generale. Evitato sia il didascalismo sia il rispecchiamento. A rischio di scivolare nella meccanica, nel ritmo, il racconto si evolve seguendo una suspence della “obiettività”, pre-hitchcockiana, volta ad affidare alla “crescita” umana/disumana degli interpreti ogni possibile ambiguità interpretativa. Traffici illeciti, miscuglio orribile di religione e malaffare, innocenza dei ragazzini e gestione autoritaria dell’ordine, sofferenza prospettica di possibilità educative (una folla di bambini protagonisti nel loro insieme), miscuglio osceno – la radice è: fuori dalla scena – tra degrado etico e codici comportamentali, tutto forma una rappresentazione ben tirata e per nulla noiosa. È chiaro che il tema non è il “furto” di un leoncino, neonato nel circo che ha messo la tenda in zona. Ma a volte, un particolare può rendere la vita difficile a grandi e piccini, se le giornate vivono sul ciglio del baratro storico. La fortuna non ha davvero assistito il buon Stéphane (Damien Bonnard), poliziotto che per vedere più spesso il figlio ha scelto di trasferirsi nell’Île-de-France. Non è facile lavorare insieme a tipi come Chris (Alixis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga). Nel quartiere, Buzz, uno dei bambini (Al-Hassan Ly), zitto zitto, si diverte a curiosare intorno facendo volare un drone, il suo giocattolo preferito. Prima o poi dovrà succedere il botto. E succede, sarà un finale senza respiro, uno scontro totale. Poi, il nero e le parole. [Disponibile sulla piattaforma MioCinema.it e su Sky Primafila Premiere]

Franco Pecori

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18 maggio 2020