La complessità del senso
27 06 2017

Cuori puri

Cuori puri
Regia Roberto De Paolis, 2017
Sceneggiatura Luca Infascelli, Carlo Salsa, Greta Scicchitano, Roberto De Paolis
Fotografia Claudio Cofrancesco
Attori Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache.

Il lungometraggio d’esordio di Roberto De Paolis, fotografo romano (1980), videoartist e autore di cortometraggi, pone questioni filosofiche fin dal titolo. La purezza è un valore. Il valore non è un’entità, è parola, è discorso, è storia. Si può citare la sesta Beatitudine dal Discorso della montagna di Gesù: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Ma così si rischia di scaricare su Dio la soluzione del problema e resta da dare un senso alla parola umana, cioè alla storia. Il film è la storia di due cuori “puri”, due purezze, due intenzioni che si confrontano e si risolvono dialetticamente. Agnese, 18 anni (Selene Caramazza) e Stefano, 25 anni (Simone Liberati), sono due “ragazzi molto diversi tra loro” (così li definisce il regista) eppure vicini per la contiguità delle loro vite, nella periferia romana (siamo a Tor Sapienza), dove centri di accoglienza e campi rom vengono a contatto con i residenti del quartiere, comunità cristiane comprese. La contiguità può tradursi in metafora, cioè in linguaggio non puramente strumentale, quando l’attrazione (non vogliamo dire “fisica”) dei due personaggi è attivata dalla stessa vita di relazione. Agnese ha una madre (Marta/Barbara Bobulova) molto religiosa, praticante anche con il volontariato verso i vicini “bisognosi”; la ragazza è assidua alle riunioni tenute da Don Luca (Stefano Fresi), prete molto moderno e, diremmo, bravo “gestore di linguaggi”, nel tradurre in parole funzionali all’uso quotidiano gli insegnamenti del Vangelo – “Dio, dice il simpatico Don Luca, è un po’ come il navigatore che, se sbagliamo percorso in auto, non ci manda a quel paese ma ci rimette sulla strada giusta”. I giovani seguono con interesse e si convincono che, prima del matrimonio, valga la pena di mantenersi puri. Già, la purezza. Marta confida in Don Luca e verso la figlia si sente tranquilla. Ma quando la purezza si fa discorso, quando Agnese entra in contatto con Stefano, le parole attingono più direttamente alla sensazione, si fanno sentimento. Il contatto avviene nella prima sequenza del film. La ragazza corre per sfuggire a Stefano. Il giovane lavora come uomo della sicurezza nel vicino supermercato e ha visto Agnese trafugare un cellulare. Sapremo poi che Marta non aveva tenuto conto del semplice fatto che, oggi, il telefono è per i giovani una necessità assoluta. Contatto, comunicazione, oggetto che si fa oggettuale. Due mondi, con le loro parole, s’incontrano. Stefano “perdona” la ragazza e viene licenziato. Lele, un amico traffichino (Edoardo Pesce), lo aiuta a trovare un altro incarico, sorveglierà il posteggio di un centro commerciale, il campo rom è lì accanto, separato da una fragile rete. Stefano ha una situazione di vita difficile, i genitori vengono sfrattati e si ritrovano a dormire in un camper avuto in prestito. Sono difficoltà diverse da quelle di Marta con Agnese, la cui verginità è sempre più a rischio. Interposti tra i due poli, Agnese-Stefano, interagiscono “oggetti” dell’incomprensione tipici del momento attuale. A veder bene, si tratterebbe forse di un film sull’incomunicabilità, sol che si tenesse conto della spiegazione che Antonioni fornì a suo tempo sul concetto: difficoltà a comunicare tra gruppi sociali, tra classi. Difficoltà di linguaggio. Il merito di De Paolis è di aver cercato una corrispondenza estetica interna al tema. Si percepisce un certo livello di “improvvisazione” nel passaggio dallo script alle riprese, gli attori, lasciati liberi anche di muoversi, danno il senso di un racconto non ingabbiato, la purezza si mostra impura, tende a uscire dal sistema e a vivere nel metodo.  Certo non tutto è perfetto. In più di una sequenza il film lascia per la via ridondanze e accentuazioni non necessarie. Si perde più di una volta la carica emotiva, la propulsione essenziale dei rapporti tra i personaggi, mentre emerge una preoccupazione di mantenere espliciti i termini del discorso, soprattutto nei suoi confini referenziali, tendenti a una “completezza”, a un’obiettività tematica precauzionale. Andando a finire, la regìa si arrende all’effetto “chiusura” e tuttavia il film trasmette una carica con-te-sta-trice non usuale. Meritano segnalazione i due attori principali, al debutto da protagonisti. La loro naturalezza non è ricercata né eccessiva. [Cannes 2017, Quinzaine des Réalisateurs] [Segnalato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani  SNCCI]

Franco Pecori

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24 maggio 2017