La complessità del senso
26 06 2017

Allied – Un’ombra nascosta

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Regia Robert Zemeckis, 2016
Sceneggiatura Steven Knight
Fotografia Don Burgess
Attori Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Daniel Betts, Marion Bailey, Lizzy Caplan, Anton Lesser, Matthew Goode, Josh Dylan, August Diehl, Charlotte Hope, Sally Messham, Thierry Frémont, Xavier de Guillebon, Camille Cottin, Vincent Latorre.

Casablanca, 1942. Servizi segreti americani e Resistenza francese impegnati nella lotta antinazista. L’incontro di Max Vatan e Marianne Beausejour, la loro missione, il loro amore. Poi a Londra, le conseguenze di segreti indicibili che minano l’unione dei due. Non è la trama l’elemento essenziale per un confronto con Casablanca di Michael Curtiz. Il richiamo al film del 1942 è insito, fa parte integrante di questo Allied, il cui stesso titolo originale (senza la parte italiana, inutile e confusionaria) suggerisce però una lettura più verticale. È sull’alone mitologico che si gioca la partita. Crocevia è la parola essenziale, strutturale, che richiama l’incrocio dei due assi del linguaggio, della scelta e della combinazione – e quindi del comportamento, del sentimento, della morale. Casablanca fu luogo d’incontro di figure e di storie, di tensioni, di attrazioni, di sincerità e di inganni. In pieno conflitto mondiale, la riduzione a fumetto cinematografico del dramma di Murray Burnett e Joan Alison scritto per il teatro scaricava sui due attori protagonisti, Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, il peso di un “alleggerimento” romantico di temi spinosi e di drammatica attualità. Oggi – a parte l’improponibilità di un confronto divistico con la coppia Brad Pitt / Marion Cotillard – già il termine “alleati” comporta un grado esplicito di approfondimento. E già il nome del regista, Robert Zemeckis, rinvia a film dalla semplicità ingannevole e dalla complessa e provocatoria allusività (Forrest Gump 1994, The Walk 2015). Nel complesso, il bilanciamento dei ruoli si sposta verso la parte femminile, tanto da determinare in Marianne Beausejour una risoluzione tragica, che non riveliamo ma che segna di una diversa responsabilità il personaggio rispetto al “dolore romantico” dell’originale. E la stessa Cotillard, con tutto il rispetto per la grandezza della Bergman, è chiamata a sostenere, cavandosela bene, svolte narrative di maggiore complessità. Basti dire che ci sarà di mezzo la nascita di una bambina. Di altro tono, mancato, la parte di Max Vatan, vestito con gli abiti giusti ma con Pitt preoccupato di offrire al personaggio una sostanza umana. In sintesi, è proprio nel concetto di alleanza la novità strutturale e problematica, per via della storia, della politica e delle strutture interne dei ruoli, sospesi tra verità e inganno; è la diversa responsabilità, non più soltanto verso il successo dell’operazione di cui Max e Marianne sono incaricati, bensì nei riguardi di una prosecuzione di vita, di un futuro affidato a una nuova innocenza. A questo livello, il dramma romantico, l’opposizione cuore/dovere si scioglie in una prospettiva meno semplificabile. Resta da fare il discorso sulla realizzazione estetica della regia. Zemeckis sembra un po’ indeciso, o in precario equilibrio, tra ossequioso “rifacimento” (non è una parolaccia), con i dovuti adeguamenti di ordine tecnico, e autentica traduzione moderna. L’ingombro si nota nelle non poche sequenze spiccatamente “figurative”, in senso statico.

Franco Pecori

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12 gennaio 2017