La complessità del senso
19 08 2017

Prometheus

Prometheus
Ridley Scott 2012
Fotografia Dariusz Wolski
Noomi Rapace, Charlize Theron, Michael Fassbender, Patrick Wilson, Idris Elba, Guy Pearce, Logan Marshall-Green, Rafe Spall, Kate Dickie, Sean Harris, Emun Elliott, Benedict Wong, Vladimír Furdík.

Asettico, olografico, videogioco, fumetto. E pure confuso, sepolcrale, generico, moralistico. Nel complesso, ingenuo e nostalgico di tempi in cui si poté più facilmente sovrapporre la propria ideologia/credenza alle “certezze” tecnologiche, a volte confondendole con le aspirazioni umanistiche e altre volte restando semplicemente al di qua del progresso scientifico, ancorati al romanticismo letterario e all’immaginazione infantile, rispetto a temi quali la lotta Male-Bene, l’origine/destino dell’Umanità e via dicendo. Nella sua straripante imperfezione – diremmo kolossale, dato il budget di 130 milioni di dollari -, con le incertezze della sceneggiatura e con i salti narrativi, quest’ultimo lavoro di Ridley Scott – dimenticate I duellanti (1977) e Blade Runner (1982), ma dimenticate anche Black Hawk Down (1989) e American gangster (2007) – sembra voler essere un esercizio masochistico di ricerca del “prequel”, per l’assillo con cui persegue il cammino a ritroso verso il “prima” di Alien (1979) e, soprattutto, per la cancellazione dell’elemento horror che colorava quella lontana nascita di una misteriosa e fascinosa autorevolezza ideale. Ora, invece, il riferimento alla mitologia antica (Prometeo, il titano che volle dare agli umani l’intelligenza degli dèi) sa di adeguamento all’onda spiritualistica e alle relative istanze di fuga provenienti da oltreoceano e annaspanti nei mari più ristretti della Grande (presunta) e “sbalorditiva” Estetica globale. La protagonista del film, Elizabeth Ellie Shaw (Noomi Rapace) non ha pudore nel dichiarare apertis verbis di voler risolvere una volta per tutte nientedimenoche gli interrogativi: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Siamo nel 2089. Assistita da un’evoluzione tecnologica strabiliante che permette a tutti i partecipanti al gioco di muoversi senza soluzione di continuità in uno spazio/tempo ondivago e surreale, Ellie fa parte di una squadra di esploratori i quali scoprono in una grotta della Scozia tracce umane di 35 mila anni addietro. Tutto lascia credere che quegli umani volessero essere prima o poi ritrovati. E si trovano i mezzi, un trilione di dollari, per la spedizione (la ragione imprenditoriale non guasta), li mette la “Weyland Corporation: Per costruire Mondi Migliori”, con alla guida Meredith Vickers (Charlize Theron), la Signora. Insieme a lei, a bordo della Nave Esplorativo-Scientifica Prometheus, sotto la responsabilità tecnica del Capitano Janek (Idris Elba), viaggerà il robot David (Michael Fassbender), essere quasi-umano da fare invidia a creativi di tempi passati come Stanley Kubrick. E viaggerà, un po’ con l’aria del perdente predestinato, l’innamorato di Ellie, Charlie Holloway (Logan Marshall-Green) – coppia curiosamente assortita, lei “credente” con tanto di croce paterna al collo e lui dispiaciuto che possa venire a cadere l’ipotesi di Darwin. Alla partenza, le aspettative sono da mozzafiato. Si va a 3.37km x 10 alla 21ma dalla Terra. Tutto bene.  Si “dorme” per 2 anni, 4 mesi, 18 giorni, 36 ore, 15 minuti. Nel 2093, al risveglio, Ellie sembra “nervosa”, ma tranquilli: cerca solo di “mantenere i piedi per terra” (battutaccia, unica, per non perdere il collegamento con l’umanità del personaggio). E siamo arrivati su un pianeta sconosciuto. Nessuna traccia di vita. Ma presto i contenuti dell’American Bignami prenderanno corpo: il momento del gran ritorno di Prometeo, cacciato dall’Olimpo per le sue pretese esagerate, sembra essere giunto. Nella pancia di quel luogo oscuro è la prova dell’esistenza degli “Ingegneri” dai quali siamo stati “costruiti”. Così sembrerebbe. Non è vero? “È ciò in cui ho deciso di credere”, taglia corto Ellie. Da questo momento è lecito entrare in confusione, si mescolano generi e situazioni, catastrofismi e scientismi, figurazioni di riporto (perfino la gravidanza malefica con parto robotico, che rinvia Rapace alla primaria e favolosa committenza che gonfiò la pancia di Sigourney Weaver) e invenzioni dall’insicura pertinenza estetica, come il “duello” tra una specie di seppia gigante e l’enorme Titano incavolato (vedete un po’ voi). Ovvio che non è da trascurare l’importanza delle gestione del DNA, ma è roba troppo complessa per deciderne verosimili interpretazioni in quel contesto. Scolature biologiche e contaminazioni del mito si fondono in un vortice di aspirazioni verso l’Oltre che nei momenti di genere “azione” si riducono a “salvezza dell’Umanità”, mentre nel finale la testardaggine di Ellie ci agghiaccia: Elizabeth Shaw non vuole tornare sulla Terra, vuole “andare là da dove sono venuti loro”. La seguiremo?

Franco Pecori

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14 settembre 2012