La complessità del senso
18 12 2017

King Arthur – Il potere della spada

King Arthur: Legend of the Sword
Regia Guy Ritchie, 2017
Sceneggiatura Joby Harold, Guy Ritchie, Lionel Wigram
Fotografia John Mathieson
Attori Charlie Hunnam, Astrid Bergès-Frisbey, Djimon Hounsou, Aidan Gillen, Eric Bana, Jude Law, David Beckham, Annabelle Wallis, Katie McGrath, Mikael Persbrandt, Freddie Fox, Millie Brady, Peter Ferdinando, Craig McGinlay, David Beckham.

La Storia non è tutta negli eventi, nei “fatti”. Quasi sempre c’è da guardare all’interno dei personaggi – sia chiaro che tra i personaggi è compreso il popolo. Anche quando è leggenda e perfino quando la leggenda prende forma di “fantasy”, gli eventi possono avere radici profonde, intime addirittura. Non saremo i primi a richiamare chiavi psicoanalitiche. In questo King Arthur, la lettura possibile è esplicitamente suggerita nientemeno che da un mago – dobbiamo rinfrescare l’idea che dalla stregoneria primitiva conduce fino a Freud e compagnia, filosofia del linguaggio non esclusa? -, anzi una maga che per l’occasione prende le perturbanti sembianze di Astrid Bergès-Frisbey. La Spada in questione ha tutti i poteri necessari perché Arthur (Charlie Hunnam) arrivi finalmente a essere per tutti, amici e nemici, il Re Artù della Storia, ma il cammino è impervio e, all’osso, Maga gli urla in faccia la diagnosi: «Tu stai resistendo alla Spada!» – Siamo in pieno Medioevo, la spada è quella del mito bretone, è la famosa Excalibur, il mago Merlino la piantò nella roccia e colui che riuscirà a estrarla sarà re -. La dolce Maga (ma quando punta gli occhi nel vuoto fa paura) prescrive anche la cura: Arthur deve andare «nelle strade oscure». E una volta estratta la magica Spada, «Non devi più fuggire né distogliere lo sguardo». Arthur ne ha passate molte. Il padre fu assassinato quand’egli era ancora un fanciullo e del trono s’impossessò lo zio Vortigern (Jude Law). Il piccolo è cresciuto da solo, all’oscuro di tutto, fino a divenire principe dei ladri nei quartieri meno raccomandabili. Poi, l’evolversi della situazione anche sociale – scontri tra eserciti al servizio di baroni e masse popolari “resistenti” – metterà il giovane ormai divenuto uomo di fronte al proprio destino. La monarchia del terrore che Vortigern ha instaurato non rappresenta precisamente l’ideale per il carattere di Arthur, il quale vede il potere dittatoriale dell’usurpatore come il nemico da combattere. Lo scenario è grandioso, gli effetti in 3D amplificano la portata spettacolare delle sequenze, la bilancia tra dimensione soggettiva e rappresentazione “panoramica” tende al pareggio. Impressionanti le versioni “mostruose” delle situazioni emotive (elefanti enormi, serpenti dalle dimensioni mai viste), in soggettiva e anche in funzione narrativa più tradizionale. Significativa la scelta di muovere la cinepresa non tanto all’interno del mitico castello di Camelot, ma piuttosto nella città di Londinium (la Londra d’epoca romana). E sul piano della gestione tecnica del racconto, il tessuto è stretto al montaggio in un ritmo essenziale e insieme espressionistico, tale da evitare – pregio raro – deleghe in funzione metaforica o, peggio, “frequentativa”. Per “un re venuto dal nulla”, non è materiale da buttar via.

Franco Pecori 

 

 
Print Friendly

10 maggio 2017