La complessità del senso
17 12 2018

Lazzaro felice

Lazzaro felice
Regia Alice Rohrwacher, 2017
Sceneggiatura Alice Rohrwacher
Fotografia Hélène Louvart
Attori Adriano Tardioli, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Luca Chikovani, Agnese GRaziani, Sergi López, Natalino Balasso, Nicoletta Braschi, Leonardo Negro, Gala Othero Winter.
Premi Cannes 2018: Alice Rohrwacher sg.

Tratto da una storia vera, scoperta in Italia nei primi anni ’80. Lazzaro è un giovane molto buono, nel mondo di oggi si direbbe un sogno. E infatti Lazzaro (Adriano Tardiolo), contadino non ancora ventenne, vive in un mondo che non c’è più. Un ponte crollato ha isolato e posto fuori dalla Storia la tenuta agricola Inviolata, i cui contadini non sanno che la mezzadria non c’è più. Lazzaro si comporta come un santo, ubbidisce, esegue i lavori, resta imbambolato un po’ misteriosamente. La marchesa Alfonsina de Luna (Nicoletta Braschi), la “padrona”, si reca in visita saltuariamente portando con sé il figlio Tancredi (Luca Chikovani), coetaneo di Lazzaro. Tra i due ragazzi nasce una strana fratellanza. A sogno interrotto, si ritroveranno in città. La cinepresa descrive il lavoro misero dei braccianti, la loro famiglia nel paesaggio incontaminato, la situazione “primitiva” che li tiene “fuori dal mondo”. Passaggi di montaggio da “favola” legano il racconto antropologico in una prospettiva di smascheramento che mette false felicità a confronto. Lazzaro è felice di essere e di stare così com’è, ma qual’è il senso della sua felicità? Alice Rohrwacher precisa il contesto e invita a riflettere sui rapporti statici, astorici. Entrano in ballo parametri culturali, tradizioni, referenze, miti. La felicità di quella mezzadria denuncia il falso, la favola è una trappola, ma ancor meno sarà la città a riservare possibilità di riscatto. La presenza “per assenza” di riferimenti funzionali nel mondo di Lazzaro è proprio il punto, elettrico, di scaturigine della poesia. Alla ricerca di Fiaba, la poetessa insiste nel mantenimento del recinto ideale a livello di rappresentazione, rinviando con ciò, per converso, ad Altro necessario, a sogni storici varianti. Non per niente la regista nasce con lo studio e il lavoro del documentario, sul filo dialettico decisivo per la riflessione circa l’ “obbiettività dell’obbiettivo” e cioè sulla possibile e necessaria qualità discorsiva del cinema. Un piccolo spettacolo s’intitola il lavoro del 2005 col quale si aggiudica il premio nella sezione documentari del Festival di cinema di Roma. I successivi Corpo celeste (2011) e Le Meraviglie (2014) sono il naturale cammino sulla medesima via di ricerca. Tutto ciò vale meglio per la prima parte del film, la seconda sa troppo di “recupero” a tesi di un reale i cui rimandi didascalici impoveriscono l’immaginario senza indicare direzioni, né filosofiche né politiche. Si pensa a Olmi per una certa poetica dell’essenziale, ma il cinema dell’autore de L’albero degli zoccoli (1978) affida alla poesia un pensiero ancora strutturato e fermo nel parlare ordinato.

Franco Pecori

 

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31 maggio 2018