La complessità del senso
23 02 2018

Chiamami col tuo nome

Chiamami col tuo nome
Regia Luca Guadagnino, 2017
Sceneggiatura James Ivory
Fotografia Sayombhu Mukdeeprom
Attori Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois, Vanda Capriolo, Antonio Rimoldi, Elena Bucci, Marco Sgrosso, André Aciman, Peter Spears.

1983. Da qualche parte del Norditalia, in una villa del Seicento, passa l’estate il diciassettenne americano Elio (Timothée Chalamet), insieme al padre (Michael Stuhlbarg), docente universitario esperto di cultura greco-romana, e alla madre Annella (Amira Casar), traduttrice. Come ogni anno, arriva un ospite. Stavolta si tratta di Oliver (Armie Hammer),  uno studente di 24 anni, il quale sta terminando la sua tesi. Elio flirta con Marzia (Esther Garrel), ma soprattutto s’immerge nella lettura e nella musica, trascrivendo partiture classiche e suonando il pianoforte. Tutt’intorno la natura è un giardino delle delizie. La presenza di Oliver turba Elio, ragazzo sensibile e in piena evoluzione psicofisica, ma in quel clima di “vacanza riflessiva” nemmeno Oliver resta indifferente. Tra i due giovani corre un’elettricità che presto diviene attrazione. L’estate italiana è in primo piano, cucina campagnola, nuotate notturne, arte classica, musica di Bach, Satie, Ravel (e le canzoni di Sufjan Stevens), gite in bici tra i campi e fino alla città vicina, in ambienti che rinviano anche esplicitamente al cinema di Bernardo Bertolucci. Il film non tralascia l’andamento letterario, non nasconde la derivazione dal romanzo di André Aciman, ma – con merito del regista – utilizza in maniera propria l’ottica fotografica per affidare allo studio attento del materiale plastico il racconto di una progressione delicata e intensa che induce lo spettatore a partecipare quasi in soggettiva alla scoperta omosessuale dei sensi. Già per Io sono l’amore (2009), primo film di quella che Guadagnino definisce la sua “trilogia sul desiderio” – gli altri due sono A Bigger Splash (2015) e appunto questo Chiamami col tuo nome – parlammo di “prova di stile, sconfinante a tratti nell’esercitazione formale”. Qui il potere dell’estetica si accentua attraverso la selezione maggiormente dettagliata dei tempi e delle angolazioni; e però si focalizza anche in modo uniforme, affidandosi all’espressività dei corpi e dei comportamenti dei due protagonisti: tanto che il contesto, pur articolato e trattato con dignità culturale – compreso un accenno di storicizzazione esplicita con riferimento all’era craxiana -, risulta del tutto funzionale al tema primario, dell’incontro e della fusione esclusiva, della scoperta irripetibile di un “primo sapore” non progettato, né messo nel conto di una prospettiva di vita reale. Si toglie così aria a una possibile dialettica, elemento che invece sarebbe essenziale in un autore come Eric Rohmer, uno dei preferiti di Guadagnino. Un lungo e un po’ inutilmente “adagiato” finale non serve ad attenuare l’esclusività sensoriale dell’opera. Il discorso del padre a Elio, ci informa della visione cosciente dei genitori, della loro discreta attenzione verso l’evoluzione affettiva del ragazzo, ma rischia anche di trasferire su un piano più generalmente pedagogico quella che per tutto il film era stata una narrazione sul filo dell’erotismo. Una nota speciale merita la prova d’attore di Timothée Chalamet, per la capacità di offrire all’obbiettivo non solo l’immagine fotografica di un volto e di un corpo perfettamente immedesimati nel ruolo, bensì di scandire in perfetta sintonia con i tempi “interiori” le accelerazioni progressive delle pulsioni poetiche, trasparenti e insieme “nuove”. [Presentato con successo al Sundance Film Festival e alla Berlinale 2017, Oscar 2018 nomination per miglior film, attore protagonista (Timothée Chalamet), sceneggiatura non originale e canzone originale]

Franco Pecori

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25 gennaio 2018