La complessità del senso
21 08 2017

The Wolf of Wall Street

verticale sac_Layout 1The Wolf of Wall Street
Regia Martin Scorsese, 2013
Sceneggiatura Terence Winter
Fotografia Rodrigo Prieto
Attori Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Matthew McConaughey, Jon Favreau, Kyle Chandler, Jean Dujardin, Ethan Suplee, Jon Bernthal, Rob Reiner, Margot Robbie, Kenneth Choi, Katarina Cas, Cristin Milioti, Jake Hoffman, P.J. Byrne, Justin Wheelon, Aya Cash, J.C. MacKenzie, Keith Middlebrook, Stephen Kunken, Bruno Mattei, Michael Nathanson, Barry Rothbart.
Premi Golgen Globe 2013: Leonardo DiCaprio at.

Un bignamone di 180 minuti per far capire a tutti, proprio a tutti, com’è andata e per far godere a tutti lo spettacolo della droga e del denaro fasullo degli anni Ottanta. “Vendimi questa penna”: il broker nuovo, più bravo e furbo di tutti, sceglie con un test gli altri nuovi che vogliono aggregarsi al grande affare. Quella penna che non vale niente frutterà in borsa una montagna di soldi. Basterà saper vendere, saper truffare. E i nuovi diventeranno una folla da stadio, vociante, isterica, allucinata in un paradiso che produce confusione, distruzione di valori, adorazione di idoli visibili e consumabili. Inutile insistere nella descrizione, l’oggetto è ancora sotto gli occhi di tutti, in tutto il mondo globalizzato. E il problema è che si tratta di un oggetto ancora attrattivo. Non vi sono ragioni, pare. Sembra che di nuovi ve ne vogliano essere ancora. E che si divertano pure, anche in ritardo, perché no? Tanto più coinvolgente, lo spettacolo scorsesiano, quanto più ridondante per l’avidità di falso risarcimento che le platee inconsapevoli saranno pronte a mostrare accogliendo il miracolo spettacolare. Scoppieranno in risate nervose irrefrenabili nei momenti più drammatici e più paradossalmente catastrofici del destino implacabile abbattentesi sul personaggio chiave. Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio è bravissimo, da Oscar, a mettere in atto la sua tecnica pazzesca, capace di farci dimenticare di esistere, di trascinarci nel vortice idolatrante in cui si omogeneizza l’indigestione, in cui le droghe sostituiscono altre droghe e dove i rapporti umani danno di sé la parvenza di piacevoli aggressioni. Certo il finale è a favore della giustizia, le manette attendono Belfort, come avvenne nella realtà dei fatti (“basato su una storia vera”, ci mancherebbe) e un improvviso inserto suggella il giudizio con l’immagine di gente “sconfitta”o rimasta fuori dal gioco, ma il film resta pur sempre un film – diranno i non-cinefili, che sono la stragrande maggioranza degli spettatori – e dunque si valorizzi il divertimento, la giostra ci tolga il fiato quanto basta a preservare la nostra onnipotenza, fatta salva la digestione del montaggio e la sacrosanta piacevolezza dei corpi nell’esercizio delle loro funzioni schermiche. A pensarci bene, sempre di “cinema di poesia” si tratterebbe, qualora il piccolo Hugo Cabret e il lupo Jordan si fossero incontrati nel mondo di rappresentanza così meravigliosamente organizzato dal grande regista di origine italiana. A proposito di “storia vera”: a frittata fatta, non sarà tardi per l’arte? Di solito, l’arte anticipa, predice. La pubblicità, pur “bella”, riutilizza.

Franco Pecori

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23 gennaio 2014