La complessità del senso
19 09 2017

Miss Sloane – Giochi di potere

Miss Sloane
Regia John Madden, 2016
Sceneggiatura Jonathan Perera
Fotografia Sebastian Blenkov
Attori Jessica Chastain, Mark Strong, Gugu Mbatha-Raw, Alison Pill, Michael Stuhlbarg, Jake Lacy, Sam Waterston, John Lithgow, Chuck Shamata, Douglas Smith, Meghann Fahy, Raoul Bhaneja, Grace Lynn Kung, Al Mukadam, Noah Robbins.

La vedono stremata, le chiedono: “Perché non molli?”. Lei: “E poi che faccio?”. Quello di Miss Sloane non è un ruolo semplice, la sua è una funzione nascosta, l’aiuto che dà ai potenti d’America nella conquista del potere economico e politico è essenziale nella corsa a tagliare il traguardo del successo: sono vittorie che implicano l’eliminazione della concorrenza, essere avanti alle altre “squadre” e anche all’interno della propria è decisivo. L’arma principale sono le informazioni, per costruire figure, per decostruire carriere, per semplificare le piste, per scegliere il linguaggio giusto nelle diverse situazioni rappresentative. Il tema è ogni volta diverso, le qualità degli attori in scena e le loro tendenze hanno meno importanza rispetto al risultato da ottenere, il quale quasi sempre dipende da fattori complessi, anche estranei ai personaggi in quanto tali. E ogni volta il tema è diverso, è sul tema che ci si concentra. La risposta di Miss Elizabeth Sloane (Jessica Chastain), lobbista brava di Washington, ha un senso profondo, non semplicemente psicologico e individuale: fotografa sistema e metodo di un mondo dove l’importante è vincere sempre, a ogni costo. A livello personale (ma è un termine del tutto convenzionale), possono venir cancellati sentimenti e sensazioni, contano l’intuito e l’intelligenza, entrambi funzionali al risultato. Le energie richieste sono semplicemente tutte, al costo di uno svuotamento di se stessi. Elizabeth trova il tempo anche per il sesso, paga il gigolò Robert Forde (Jake Lacy) per non avere il problema del sentimento in una vita normale, combina la formazione della propria squadra di lavoro su scelte rigidamente opportuniste, nel senso strettamente tecnico del termine. Nessuna “morale”. Sarà così fino in fondo? Nel film di John Madden, il tema ci porta sul filo di una questione che intreccia politica e morale e implica scelte di portata prospettica, al di là della circostanza e della libertà delle singole persone. Si tratta della più o meno larga liberalizzazione nell’acquisto e nella detenzione di armi individuali. Il cittadino americano ha il diritto alla difesa personale, il fabbricante di armi ha il diritto di proporre il suo prodotto. E via dicendo, argomento risaputo. Ma stavolta c’è in ballo il coinvolgimento dell’elettorato femminile. Le donne potranno opporsi o favorire nuove regole. Come rispondere alla richiesta di aiuto da parte di un grande studio legale schierato con la conservazione? Freddo lobbismo comunque? Elizabeth non ne può più e decide di alzare i tacchi e uscire dalla squadra diretta da Rodolfo Schmidt (Mark Strong) – sarà proprio lui, più tardi, a suggerirle di “mollare”, sul filo di un “senso umanitario” del tutto standardizzato. Alcuni componenti della squadra seguono la “ribellione”, altri restano sulla posizione tradizionale. La scelta di Madden (Shakespeare in Love 1999, Proof 2005, Il debito 2010, Marigold Hotel 2011) è di rinunciare al dibattito politico sui contenuti della legge in questione e di seguire il labirinto della lotta per il dominio nella conduzione del team. Il che, volendo, porterebbe comunque per derivazione a considerazioni non solo tecniche, riguardo al tema delle armi e riguardo all’incidenza politica del lobbismo. Elizabeth parassita della democrazia americana? La bravura della protagonista risolve possibili questioni di forma del contenuto: Jessica Chastain regge su di un equilibrio “tecnico” dal ritmo a tratti “sovrumano” la tensione ideale riducendola con magica pertinenza attoriale a puro (e paradossale) culto della professione. Poco importa se gli spostamenti degli equilibri in campo risultano alquanto schematici nei passaggi decisivi. Molto più compromettente, se non altro per lo spettatore, quella risposta (“E poi che faccio?”), che ricorda il finale di un altro film interpretato dalla Chastain, Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012), quando – compiuta la missione per l’uccisione di Osama bin Laden – l’agente Maya specializzata nella cattura dei terroristi si appresta a salire sull’aereo che la riporterà in America e resta attonita, non sa rispondere alla domanda: “Dove vuoi andare?”. Spy drama, Spy thriller politico… L’interrogativo propone uno spostamento e lascia a noi la scelta tematica. 

Franco Pecori

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7 settembre 2017