La complessità del senso
18 12 2017

Poveri ma ricchi

PMR 6 cPoveri ma ricchi
Regia Fausto Brizzi, 2016
Sceneggiatura Marco Martani, Fausto Brizzi
Fotografia Marcello Montarsi
Attori Christian De Sica, Enrico Brignano, Lucia Ocone, Lodovica Comello, Anna Mazzamauro, Fabrizio Nardi, Bebo Storti, Federica Lucaferri.

Quando il cinema italiano, non solo gli spettatori, si distoglierà dal Tarantinocinema (per carità, si salvino i capolavori, qui si accenna a una poetica), il cerchio sarà finalmente chiuso e forse dalla rassegna di “figure” – lunga quanto la vita di un uomo avrebbe detto Cesare Zavattini e cioè, diciamo noi, dal Neorealismo a oggi –  si ritornerà (per carità, si salvino i capolavori) alla costruzione di personaggi, non senza prima avere riconsiderato nella giusta proporzione un Poveri ma belli. E parliamo pure di Televisione. Il mezzo televisivo, quanto a espressività – non intendiamo un piano specifico dell’espressione né una qualche preferenzialità nei contenuti – ha consolidato un uso da contenitore e questa è una caratteristica inconfondibile, anche quando gli autori abbiano mascherato l'”ispirazione” trasferendo su grande schermo la produzione del senso. Inciso: si dice ancora “grande schermo” per riferirsi al cinema ma ormai si tratta quasi soltanto di un equivoco riduttivo che si trascina per forza d’inerzia. Il concetto di schermo non è mai stato così semplice, basti pensare all’Infinito del Leopardi. E non vale più nemmeno la discriminante della “sala buia”, visti ormai i cellulari accesi durante la proiezione. Contenitore vuol dire che i personaggi non sono “nativi”, le situazioni appartengono a un referente con funzione di garante di “autorevolezza” o comunque di riconoscibilità (l’ha detto la televisione…), gli svolgimenti (narrazioni o mescolanze di ingredienti per un menu, natalizio, pasquale, vacanziero, sociopolitico e culturale, come volete purché fittizio) sono derivati – sì, come in finanza – tendenti all’esaurimento dopo una prima fase di gonfiore. Fase anche lunga, ma fase. Tra parodia e realismo si può andare avanti per secoli, pare. Già, perché le commedie “italiane” degli avanzati anni Duemila avranno pure un padre e non sarà stato un caso che nessuno degli autori del periodo postbellico sia mai stato disponibile a una dichiarazione unitaria di appartenenza. Ora, per prepararci a una visione cosciente dell’ultimo film di Fausto Brizzi, come fosse una notte prima degli esami seria, dovremmo – pensate un po’ – riconsiderare la consunta coppia antinomica poveri-ricchi, per poi elettrizzarci all’interrogativo del “cosa ci faresti con cento milioni se li vincessi al Superwin”. Non è roba per noi, ci viene da dire. E invece Fausto Brizzi e Marco Martani pensano che sia materia, non diciamo da “Essere o Nonessere” ma di sicuro al nostro livello, ché poverissimi non siamo ma nemmeno ricchi né volgarissimi. Fortunatissimi, forse non tanto da non far caso a un’alluvione improvvisa di euri (sì, plurale) e comunque saggi abbastanza da non dimenticare che la vera ricchezza è dentro di noi, onesti nel fondo, amorevoli e anche un tantino ingenui da voler bene ai nostri cari, agognando coccole semplici e lasciando le esagerazioni alla finzione cinematografica. Cinematografica si fa per dire, ma tanto: grande o piccolo schermo, oggi giorno con i televisori mille pollici, le differenze si attenuano, come tra ricchi e poveri. E tra raffinati e volgari. E già: il target conviene cercarlo nelle Tavole del Pubblicitario, dove si comanda di alzare sempre la mira verso il gradino superiore poiché voglia di scendere non ce n’è mai molta. Salire e scendere può essere un tema anche qui, in Poveri ma ricchi. A Torresecca, sulla Prenestina verso Frosinone,  peschiamo una “volgare” famigliola dai toni di voce alti-altissimi, che si sbraccia e si affatica per stare al passo coi tempi. Sono i Tucci (Les Tuche, Olivier Baroux 2011, il film francese di grande successo da cui). Un giorno, le ambizioni sottese trovano appiglio più che realistico – “Tratto da una storia vera”, direbbero quanti non si perdono un Tg “vero” – nel classico e scioccante evento sorpresa, la Vincita che ti cambia la vita. Cento milioni! Altro che pacchi di prima serata, non c’è nemmeno da indovinare alcunché! Prima cosa non farlo sapere. Seconda cosa, squagliarsela. Ma dove? Il capofamiglia è uno che intreccia mozzarelle (Un De Sica sempre più bravo, sempre più perfetto, ormai non v’è tipo di cui non sia in grado di fare perfettamente il verso), il cognato se la spassa parodisticamente con la botanica mantenendosi disponibile ai sentimenti e alle ingenuità (Enrico Brignano non ficcante), il figliolo è bambino evoluto e indicativo futuro, la figlia adolescente è contrappuntista annoiata sotto specie hashtag (Federica Lucaferri), la nonna è consustanziale alle serie Tv (Anna Mazzamauro esagerata); ma c’è la moglie-madre-casalinga-aspirante a Vera Signora finalmente Shopping (Lucia Ocone, brava). Quindi si va a Milano, a guardare dal basso in alto il condominio “verde”. A Milano, dove la gente è ricca e perbene, s’incontra l’arte – non potrà mancare la scena della tela “Sono Capace Pure Io” – e ci si mescola ai Vip. Basta. La trama ve la risparmiamo. L’importante sarà, dopo il Sogno, ritrovare – battuta dopo battuta – la strada di casa.

Franco Pecori 

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15 dicembre 2016