La complessità del senso
29 10 2020

Il meglio deve ancora venire

Le meilleur reste à venir
Regia Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte, 2019
Sceneggiatura Matthieu Delaporte, Alexandre de La Patellière
Fotografia Guillaume Schiffman
Attori Fabrice Luchini, Patrick Bruel, Zineb Triki, Pascale Arbillot, Martina Garcia, Lilou Fogli.

Non c’è cura. A cosa serve saperlo? Quando un interrogativo si fa drammatico, la risposta tende a farsi largo per altra strada, cioè a nascondersi, a trasferirsi su altro livello. Arthur (Fabrice Luchini) e César (Patrick Bruel), amici dal tempo del collegio, si trovano a giocare, per uno strano scambio di tessera sanitaria, l’ultima partita della vita col magone nel petto, convinti l’un l’altro che il male incurabile abbia colpito l’amico: qualche mese e sarà finita. Una differenza c’è, Arthur sa per certo che la cattiva sorte ha scelto César, mentre questi crede di intuire l’inverso. I due esitano a lungo, praticamente per tutto il film, a scoprire le carte e sull’equivoco si gioca una finissima commedia, talmente fine da non lasciar prevalere, nemmeno in chiusura, il sentimento della tristezza (nonostante non vi sia divieto perfino di cedere a una lacrimuccia). Una buona metà del film è animata dal gioco dell’equivoco. Le vite di Arthur e di César mutano sostanza – per così dire – assumendo un carattere lieve e profondo, allusivo, brillante. Gli sceneggiatori e registi (Cena tra amici 2012) mantengono il giusto livello di humor, con l’elastico tra fantasia e realismo utile a un andamento non smaccatamente progettuale del prodotto. L’amicizia dell’infantile César e del serio Arthur, basata proprio sulla “certezza” della loro diversità, produce una tensione esistenziale che travolge i dettagli del quotidiano e sublima la carica anche drammatica, rallentando l’esito finale fino a scioglierlo nella lieve ritualità del discorso funebre del “sopravvissuto” e della sorpresa “sorridente” del trapassato. Del resto, si era partiti da sogni contrapposti, come leggere finalmente “tutto Proust” e fare l’amore con due gemelle. Gli autori riescono a saltare con disinvoltura l’ovvietà, in agguato ad ogni angolo del cammino, di scene sullo sfizio da concedersi “prima che sia troppo tardi”. Arthur e César non smettono, invece, di vivere la loro amicizia in modo quasi-normale, alleggerendo se mai i possibili momenti di prevedibilità. Mentre il film tende a farsi serio, la scrittura semplifica senza cancellarle le complicanze drammatiche. Per la verità, c’è verso il finale, un’iniziativa generosa di César verso l’amico moribondo (secondo lui), con un viaggio in India, non a trovare un guru bensì a consultare un medico di fama: viene introdotta tardivamente una sorpresa di cui si poteva fare a meno. Eravamo riusciti a far finta di niente sulle referenze famigliari di Arthur (infelicemente divorziato) e di César (mancante di affetto paterno), avremmo rinunciato volentieri al risvolto indiano. Arthur sarebbe rimasto comunque pienamente soddisfatto – per così dire – della propria parte (davvero immensa la qualità di Luchini) e noi della nostra, di spettatori contenti di un cinema consacrato alla misura. [Festa del Cinema di Roma 2019, Selezione Ufficiale]

Franco Pecori

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17 settembre 2020