La complessità del senso
27 03 2019

Roma

Roma
Regia Alfonso Cuarón, 2018
Sceneggiatura Alfonso Cuarón
Fotografia Alfonso Cuarón
Attori Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Dioego Cortina Autrey, Carlos Peralta, Marco Graf, Daniela Demesa, Nancy García, Verónica García, Andy Cortés, Fernando Grediaga, Jorge Antonio Guerrero, José Manuel Guerrero Mendoza, Latin Lover, Zarela Lizbeth Chinolla Arellano, José Luis López Gómez, Edwin Mendoza Ramírez, Clementina Guadarrama, Enoc Leano, Nicolás Peréz Taylor Félix, Kjartan Halvorsen.
Premi Venezia 2018: Leone d’Oro. Golden Globe 2019: Film straniero, regia. Oscar 2019: film str. regia, foto.

Alfonso Cuarón e la sua infanzia. Il regista messicano deve aver trasognato il ricordo sentendosi nella tuta spaziale di Gravity, al posto di George Clooney, per un flash senza peso. Pensiamo al pilota Matt Kovalsky nella sua sospensione nel vuoto giacché Roma non è un film “sul tempo che fu”. Nonostante la cura estrema nella costruzione del set, tale da restituire la realtà di Città del Messico 1970/71 e in particolare del quartiere Roma, dove Cuarón fu bambino (nato nel ’61), il film vive in una vita sospesa, irrecuperata in un flash interno, che si nutre di estetica specifica. La scelta della fotografia in bianco&nero pone direttamente la questione. Il b&n, usato in epoca di supercolore, non può non indicare un’idea di cinema-cinema e piazzarla in testa al valore espressivo, marcando con questo anche il senso del contenuto. Una volta (troppo spesso) si diceva “bella la fotografia”, denunciando così i limiti di una lettura del film piuttosto inadeguata. Non è tale la fotografia di Roma, ma definisce piuttosto la qualità stessa della sostanza del contenuto. La “perfezione”, l’attenzione esatta degli angoli e delle durate, a comporre nel dettaglio il materiale diegetico (compreso il suono, scandito nei suoi piani di profondità col sistema Dolby Atmos), restituisce allo spettatore un mondo formalmente “soddisfacente”. Di Fellini ci arriva il gusto per una memoria “tra la veglia e il sonno”, con i dettagli della vita de-formati per riconquistarne la consistenza analitica. E di Antonioni percepiamo l'”impossibilità” al contatto con le cose (le classi sociali) attraverso un’alienazione oggettuale di cui è momento disvelatore l’inquadratura fissa che ospita i titoli di coda: angoli delle case verso il cielo, un’antenna tv, la scala di ferro per la terrazza, passa lontano un aereo, abbaiano i cani, rintocca una campana. Si provi a pensare a certe visite nei musei che raccontano le antichità: come si vorrebbe parlare con gli oggetti nella loro stessa lingua! La distanza è forse incolmabile, se non proviamo a tradurla. È ciò che prova a fare Cuarón. Alcune cose sanno di miracolo, come la scelta e l’utilizzo di Yalitza Aparicio, ragazza pescata in un villaggio di campagna e trasformata in protagonista (“presa dalla strada”, si diceva una volta): è Cleo, collaboratrice domestica in una casa borghese di mezzo secolo fa. Altre cose scolorano i decenni fino a toccarne il passato, guardano attraverso il vetro della coscienza fatti della storia, tensioni della città, occupazioni di terre, proteste studentesche, maternità infrante (il parto disperato della domestica nello stile “lo stiamo perdendo” degno di serie-tv ci ha sorpreso), arti marziali, dragonerie stradali, sfilate di bande in marcetta misera, mariti che fuggono di casa, stanze che si svuotano per essere riassegnate ai figli dalla mamma Sofia (Marina de Tavira). E arrivano le parole-verità esplicite, buone specialmente oggi, parole che unificano nei decenni le sofferenze di Cleo e della Signora: «Noi donne siamo sempre sole». Ryan Stone (Sandra Bullock) può riatterrare. La vita sarà di nuovo a colori, con la sua gravità.

Franco Pecori

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3 dicembre 2018