La complessità del senso
28 06 2017

E la chiamano estate

E la chiamano estate
Paolo Franchi, 2012
Fotografia Cesare Accetta, Enzo Carpineta
Isabella Ferrari, Jean-Marc Barr, Luca Argentero, Filippo Nigro, Eva Riccobono, Anita Kravos, Jean-Pierre Lorit, Christian Burruano, Maurizio Donadoni.
Roma 2012, concorso: Paolo Franchi reg., Isabella Ferrari atr.

Da un festival all’altro (Nessuna qualità agli eroi, a Venezia nel 2007), Paolo Franchi continua a perseguitare il fantasma di Antonioni, scendendo questa volta di un gradone al di sotto del minimo artistico. Non tutta la critica, è vero, ha sentito il dovere, in occasione della precedente prova, di sottolineare i pericoli di una poetica equivoca rispetto alle difficili scelte dell’autore de La notte e de L’eclisse, film dove lo sguardo oggettuale della cinepresa coglie personaggi e “cose” a un grado paritario, secondo l’ormai famoso principio del livellamento ontologico della “realtà”. Ed ecco l’equivoco trascinarsi in questa specie di ricerca estetica sul tema dei confini tra amore e perversione. Non che perversione e amore siano presenti davvero nel film, ma rappresentano il negativo di possibilità date dalla stessa ottica con cui i personaggi sono osservati e raccontati. Dino (Jean-Marc Barr) ama la moglie Anna (Isabella Ferrari) in un modo alquanto speciale: non ha mai fatto l’amore con lei. La donna lo ricambia, adattandosi alla situazione, salvo poi meravigliarsi dell’esito estremo della loro unione. O meglio, non solo dell’unione ma della condizione esistenziale del marito. Dino, mentre si dimostra sempre più “stanco” con Anna, accetta pratiche sessuali alternative di vario genere, come per fuggire da una propria incapacità di concretizzare il rapporto con la moglie. Detto così, si capisce che il soggetto sia potuto apparire interessante per una produzione, magari non congeniale al grande circuito distributivo. Il problema sta, certe volte, nel passaggio dalla carta al film. Il che significa sceneggiatura e dialoghi, attori, ritmo. Costretta in una parte non poco difficile, tra consapevolezza del corpo e crisi del sentimento, Isabella Ferrari si avvicina dignitosamente alla sufficienza, mentre invece Jean-Marc Barr si dimostra pesantemente inadeguato a rendere le sfumature “interiori” del personaggio, pieghe dell’animo che infatti vengono tradotte in linguaggio scritto, in una lettera-confessione che Dino scrive ad Anna (e legge fuori campo per noi). Anche le parole narrate sono però talmente scontate e piatte da ridurre a zero la portata del senso. La canzone che dà il titolo al film, nella versione magistrale e storica di Bruno Martino (1965), ha una profondità emotiva ben maggiore, un altro valore artistico. Il film è ricco di nudità e mostra prestazioni sessuali (erotismo no) che restano – diciamo – lì dove sono, non si trasformano in emozioni estetiche. La “perversione” non giustifica l’assenza di arte.

Franco Pecori

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22 novembre 2012