La complessità del senso
26 05 2018

Wonder

Wonder
Regia Stephen Chbosky, 2017
Sceneggiatura Jack Thorne, Steve Conrad
Fotografia Don Burgess
Attori Julia Rioberts, Owen Wilson, Jacob Tremblay, Mandy Patinkin, Daveed Diggs, Sonia Braga, Isabella Vidovic, Ali Liebert, Emma Tremblay, Danielle Rose Russell, Millie Davis, Noah Jupe, Bryce Gheisar, Kyle Breitkopf, Rachel Hayward, Emily Delahunty, Elle McKinnon, William Dickinson, Ben Ratner.

Tutto bene, ci pare. Tutta la simpatia per il piccolo nato con una grave anomalia cranio-facciale che gli crea problemi psicologici a farsi vedere dagli altri. Auggie Pullman (Jacob Tremblay, il medesimo interprete molto apprezzato del piccolo Jack in Room di Lenny Abrahamson, 2015), colpito alla nascita dalla sindrome di Treacher Collins, ha dovuto subire un’interminabile serie di interventi chirurgici che hanno migliorato per quanto possibile il suo volto, ma continua pur sempre ad avere un aspetto “mostruoso” agli occhi dei “normali”. Perciò il bambino si è abituato a indossare un casco da astronauta che ne occulta le fattezze e lo soddisfa anche come gioco. Ora però è arrivato per Auggie il momento di frequentare la prima media, mentre finora ha studiato in casa, guidato dalla mamma Isabel (Julia Roberts), la quale per rimanere vicino al suo figliolo ha sacrificato le proprie aspirazioni personali. Molto bene hanno sempre voluto al piccolo anche il suo papà Nate (Owen Wilson) e la sorella maggiore, Via (Isabella Vidovic). Quest’ultima, a favore del fratellino sfortunato, ha rinunciato a gran parte delle attenzioni genitoriali per i suoi problemi di adolescente. Il primo giorno di scuola è per Auggie a dir poco traumatico. La scuola, come si sa, riflette a tutto tondo i pregi e le difficoltà di stare al mondo e, per quanto il preside Mr. Tushman (Mandy Patinkin) dimostri piena e consapevole responsabilità verso la problematica del nuovo arrivato, il piccolo protagonista dovrà affrontare un impatto psicologicamente non poco impegnativo. Per la regia, Stephen Chbosky (Noi siamo infinito 2012) sceglie di lasciare la guida del racconto alla voce fuori campo di Auggie. In questo modo il passaggio dal bestseller della scrittrice R. J. Palacio (pseudonimo di Raquel Jaramillo) al film è reso il più “naturale” possibile, il problema psicologico, importantissimo e profondo, non va a pesare sull’espressione cinematografica. Per esempio, Auggie dice allo spettatore, con grande calma (cool): “So di non essere un bambino normale. Ho subito 27 operazioni. Mi sono servite per respirare, per vedere, per sentire senza un apparecchio, ma nessuna di loro mi ha dato un aspetto normale”. Il resto lo fa la bravura del piccolo attore, davvero notevole, il quale sopporta il trucco deturpante sul proprio volto con una quasi-disinvoltura che rende molto comprensibili i passaggi più ardui del racconto. Man mano che l’esperienza scolastica procede e di giorno in giorno si allarga nei rapporti con i compagni e anche con gli insegnanti nelle specifiche materie – Auggie è bravo nelle scienze, ma soprattutto notiamo che dal punto di vista dell’insegnamento si tratta di una buona scuola – il film “si apre” alla realtà più ampia e non solo specificamente legata alla condizione del protagonista. Entrano in gioco altre figure, altri caratteri, le amicizie e i contrasti, le incomprensioni e i legami affettivi, insomma gli aspetti di una vita “normale” in cui può inserirsi un’accentuazione più marcata senza che il quadro complessivo debba crollare. Con delicatezza e con appassionata partecipazione sono trattati i caratteri di tutti i personaggi. Magistrale l’apparizione di Sonia Braga in un flashback sentimentale di Via in riva al mare con la nonna. Ma bravi tutti. E “se non ti piace quello che vedi, cambia il tuo modo di guardare”. Ecco, tutto bene ci pare. Ma forse il film, proprio grazie alla bravura di tutti, non aveva bisogno di didascalie.

Franco Pecori

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21 dicembre 2017