La complessità del senso
17 11 2019

Il sindaco del rione Sanità

Il sindaco del rione Sanità
Regia Mario Martone, 2019
Sceneggiatura Mario Martone, Ippolita di Majo
Fotografia Ferran Paredes Rubio
Attori Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo, Daniela Ioia, Giuseppe Gaudino, Gennaro Di Colandrea, Lucienne Perreca, Salvatore Presutto, Viviana Cangiano, Domenico Esposito, Ralph P, Armando De Giulio, Daniele Baselice, Morena Di Leva, Ernesto Mahieux.

C’è a Napoli, un uomo speciale, potente, al quale ci si rivolge per protezione se non si hanno “santi in paradiso”. Per protezione e anche per una certa idea di giustizia, interna a un sistema “laterale” rispetto alla legge dello Stato. Il personaggio è Don Antonio Barracano, signore del Rione Sanità. È una bella casa, la sua, con specchi, ori, tappeti e poltrone, ma ancor più bella è la villa che si è fatta risistemare sulla costa del Vesuvio,  sito “proibito” per chi sia carente di “santità”. Barracano mantiene l’ordine, fa funzionare i rapporti sociali e delle famiglie, giudica su richiesta, dirime e sentenzia. Gestisce. La stima verso di lui è obbligatoria e fruttifera. Coloro che esagerano in malefatte pagano il prezzo di una condanna spesso amara e drammatica, ma inappellabile. Inutile insistere sulle qualità del “sindaco”, creatura indimenticabile del grande Eduardo De Filippo, non v’è testo più rivelatore della commedia scritta dall’autore e andata in scena al teatro Quirino di Roma nel 1960. Barracano è un camorrista? No, secondo lo stesso Eduardo: Don Antonio si fa giustizia da sé per mancanza di fiducia negli altri, “La legge è fatta bene – dice lui – sono gli uomini che si mangiano fra di loro”. Il lavoro di Eduardo ha sempre fatto discutere, su questioni di principio e anche su possibili squilibri interni nella dinamica tra i personaggi. Soprattutto, simbolica e moralizzatrice la figura di Fabio Della Ragione (Roberto De Francesco), il medico che per decenni è stato a fianco di Barracano con intenti “benèfici” e che ora, deluso, se ne vuole andare in America. Al di là delle singole questioni che il sindaco è chiamato a risolvere, una specialmente lo coinvolgerà, trattandosi del doloroso contrasto tra un padre e figlio, per riparare il quale Don Antonio è disposto a rischiare fino in fondo. Guai a toccare l’equilibrio sacrosanto di una parentela così stretta, sia pure intrisa di cattiveria. Come si sa, la commedia è passata più volte sugli schermi televisivi e cinematografici, con alterne valutazioni critiche. Il lavoro di un regista come Mario Martone, oggi, dopo il Leopardi del 2014 e dopo la Capri del 2018, sa di un’insistenza quasi testarda nel voler riaffermare il valore del lavoro scenico su fondamenti di linguaggio che non mirano al risultato effettistico, bensì trattano il referente come testo da leggere in profondità. Il che può significare, giustamente, anche con libertà da pedanteria, magari snobistica; e con esplicita intenzionalità. A fronte del diffuso “gamorrismo”, siamo qui in presenza di un lavoro “tratto da una vera recita”, in cui teatro e cinema non si nascondono, non si negano, ma dialogano secondo la prestazione esteticamente trasparente degli attori – ottimo il contributo di Francesco Di Leva – e secondo la finzione rivelatrice di senso non pescato all’esterno bensì prodotto attraverso il lavoro. [Venezia 2019, Concorso]

Franco Pecori

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30 settembre 2019