La complessità del senso
28 06 2017

The Boy

film_theboyThe Boy
Regia William Brent Bell, 2016
Sceneggiatura Stacey Menear
Fotografia Daniel Pearl
Attori Lauren Cohan, Rupert Evans, Jim Norton, Diana Hardcastle, Ben Robson, James Russell, Jett Klyne, Lily Pater, Stephanie Lemelin.

Un figlio o una bambola, la differenza non è poi così grande. E’ l’aspetto più inquietante di un horror che di orribile non ha molto e che invece suggerisce riflessioni ardite circa il valore simbolico dell’amore materno. Oltre all’influenza propriamente carnale che lega una madre alla propria creatura, non è da trascurare – dice il film di William Brent Bell – la proiezione psichica che la donna può esercitare su un oggetto anche estraneo, quale una semplice bambola, fino a identificarne le sembianze con la rappresentazione interiore di un figlio reale, un bambino che per qualche motivo la madre ha perduto e che vorrebbe poter “mantenere in vita” a tutti i costi. Il caso vuole che l’incarico di babysitter accettato dalla giovane americana Greta Evans (Lauren Cohan) presso i signori Heelshire, in una grande casa immersa nel verde inglese, si presti proprio al trasferimento analitico di cui sopra, in maniera esemplare. La casa, isolata e cupa, è luogo ideale e anche stereotipo per l’ambientazione horror, ma la situazione, almeno per buona parte del film, è quasi-soft. Soltanto, Brahams, il bambino da custodire, non è che una bambola iper-realistica e ben presto presenterà aspetti del tutto fuori dal normale, quasi che in casa ci fosse qualcosa o qualcuno che facesse sentire la propria presenza in modo che il “bambino” prendesse a comportarsi da bambino vero. Il regista si preoccuperà di metterci progressivamente al corrente di particolari che renderanno la vicenda “giustificabile”, forse anche troppo, ossia con accorgimenti che sfioreranno la didascalia. Ma poco importerà. Più interessante sarà vedere come la strana “finzione” della coppia di anziani genitori, la loro messa in scena che prevede la cura e l’educazione del piccolo (di otto anni) si sposti sulla ragazza. Man mano Greta si autoconvince che il proprio compito sia sensato e che sia anche giustificato dall’evento drammatico che l’ha riguardata e che l’ha spinta a fuggire da una situazione insopportabile e pericolosa in cui si era venuta a trovare, per una relazione finita male. Insomma, il bisogno di esercitare l’amore materno può vivere anche su un piano di rappresentazione simbolica, giustificato non solo dalla realtà soggettiva ma dal tessuto culturale, dai riferimenti del “dolore” ai quali attingiamo nel vivere associato. Non mancherà certo la “sorpresa” finale e nemmeno saranno assenti elementi di suspense, per la verità alquanto scontarti. Ma il vero tema è fuori dal genere cinematografico e resiste da sé all’usura della convenzione espressiva.

Franco Pecori

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12 maggio 2016