La complessità del senso
18 10 2017

La verità sta in cielo

film_laveritastaincieloLa verità sta in cielo
Regia Roberto Faenza, 2016
Sceneggiatura Roberto Faenza, Pier Giuseppe Murgia, Raffaella Notariale
Fotografia Maurizio Calvesi
Attori Riccardo Scamarcio, Maya Sansa, Greta Scarano, Valentina Lodovini, Shel Shapiro, Tommaso Lazotti, Luciano Roffi, Anthony Souter, Elettra Orlandi, Alessandro Bertolucci, Giacomo Gonnella, Alberto Cracco, Paul Randall, Tim Daish, Carlo Simoni, Mino Caprio, Ermanno De Biagi.

Non è Spotlight. Le magagne del Vaticano e dei preti, alti e meno alti, ci sono anche qui, molte già svelate, altre ancora no. Ma la bravura del team di giornalisti del Boston Globe nella loro inchiesta del 2001 sugli abusi sessuali degli uomini di chiesa era anche la bravura del cinema, il film di Thomas McCarthy (2015) reggeva bene a livello dell’espressione. Roberto Faenza prepara un inventario minuzioso di interrogativi sul caso del sequestro di Emanuela Orlandi (22 giugno 1983), la quindicenne figlia di un messo pontificio residente in Vaticano, non più rintracciata e piombata nel mistero fitto di un inquietante intrigo di malavita politica e ben poco religiosa. Il regista, non essendo lui l’autore dell’inchiesta, ci darebbe il racconto drammatico di un fallimento, ma il dramma non c’è, c’è la sospensione. L’aria è di svelare finalmente il segreto di una vicenda non certo solamente personale, ma non aspettatevi colpi di scena risolutivi. Si ammicca, si allude, si sfiora il disvelamento e alla fine la verità resta “in cielo”. Resta un discreto invito a farla tornare giù a terra. Al dunque, veniamo colti da un senso di ineluttabilità non scalfibile con i mezzi massmediologici. E’ inglese la rete televisiva che, sull’onda dello scandalo di “Mafia capitale”, invia a Roma Maria, una giornalista di origine italiana (Maya Sansa), ma fin dalle prime sequenze pesa nelle immagini la carenza di slancio creativo. Maria fa il suo compito, diligente e scrupolosa, senza dare l’impressione di poter davvero muoversi con successo nella fitta ragnatela di correlazioni e compromessi che imprigiona l’inchiesta. I suoi contatti col capo che la segue dalla sede inglese per l’aggiornamento dei lavori non segnano punti di riavvio. Pensiamo piuttosto alla prosecuzione del film secondo il tracciato dello script, un testo semplificato per renderlo discorsivo ma sostanzialmente complicato da digerire nella dizione/azione. Non risolutivo anche l’aiuto della collega Raffaella Notariale (Valentina Lodovini), impegnata in un programma della Rai (“Chi l’ha visto?”). Le due donne sembrano più che altro farsi compagnia nei difficili percorsi del lavoro. Tocca a Riccardo Scamarcio e a Greta Scarano di assumersi i ruoli “emotivi” della diegesi. Scamarcio veste i panni di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, boss della mala romana del Testaccio, in contrapposizione alla banda della Magliana. L’attore è a suo agio nel ruolo – non è difficile risalire a Romanzo criminale di Michele Placido (2005) – ed è attraverso il suo personaggio che passano i riferimenti a intrighi politico-finanziari di rilevanza non solo vaticana. Sostanzialmente, riciclaggio di centinaia di milioni di dollari, pesanti trasferimenti nell’Est europeo, espliciti riferimenti al banchiere Roberto Calvi (Anthony Souter) e allo Ior, banca del Vaticano, e al suo direttore, Mons. Marcinkus (Paul Randall). Non poteva mancare una rinfrescatina della figura del turco Ali A?ca, l’attentatore di Wojtyla. L’altra figura “emotiva” del film è di Sabrina Minardi. Nei panni della bella ex moglie del calciatore Bruno Giordano e ora amante del fascinoso Renatino, la Scarano recita un po’ sulle tonalità di una Micaela Ramazzotti, per trasmettere la figura della donna che ha visto tutto da vicino e che non riesce a essere creduta per via della sua psiche intaccata dalla droga. I suoi racconti vengono registrati da Maria, ma concretamente non porteranno a risultati, tanto che la Cassazione deciderà l’archiviazione del caso (6 maggio 2016). Il film arriva dunque nelle sale sulla scia del provvedimento e con la protesta ancora viva della famiglia di Emanuela Orlandi, i cui membri sono intenzionati a ricorrere alla Corte europea. In epoca di documentari e di serie/stagioni televisive, sarà lecito chiedere qualcosa di più pertinente all’arte cinematografica.

Franco Pecori

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6 ottobre 2016