La complessità del senso
19 11 2017

The Place

The Place
Regia Paolo Genovese, 2017
Sceneggiatura Paolo Genovese, Isabella Aguilar
Fotografia Fabrizio Lucci
Attori Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia d’Amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini. 

Confermativo. Sulla morale con la morale, non se ne esce. “Si può fare”, dice l’uomo (Valerio Mastandrea, bravo) seduto in un bistrot a Roma, solitario e assorto, come compreso in un ruolo toccatogli non per premio e sopportato con sofferta consapevolezza. Nella sua grossa agenda ci sono appunti, forse prescrizioni, elenchi da smaltire, foglietti inseriti e bruciati con l’accendino delle sigarette, man mano che i singoli casi si chiudono. I casi riguardano una fila di personaggi che si presentano all’uomo per chiedergli di risolvere problemi personali, gravi e molto difficili o quasi impossibili. Sembrerebbe che si tratti di modificare i destini delle persone: un padre col figliolo che sta morendo di cancro, una suora che non sente più la presenza di Dio, una ragazza che vuole diventare più bella; un cieco vuole la vista, una moglie anziana col marito malato di Alzheimer, un single sogna una notte con una pin-up, un poliziotto derubato vuole recuperare la refurtiva, una donna subisce la violenza dell’uomo geloso, un giovane odia suo padre. “Si può fare”, dice l’uomo al bar e prescrive a ciascuno i compiti da portare a termine. Le sue sono “ricette” diaboliche, pensate – si direbbe – secondo criteri di contrappasso psico-etico, proteggere una bambina dai pericoli della pedofilia, fabbricare una bomba artigianale e piazzarla in un ambiente per uccidere molte persone, trasgredire i voti religiosi restando incinta, massacrare di botte una persona a caso e via dicendo. Compiti terribili? “C’è chi è disposto a eseguirli”, spiega l’uomo. E ciascuno, qui sarebbe il punto, è libero di non accettarli, accettando invece le disgrazie e i dolori che la vita gli ha riservato. Destino e opportunità. Questa volta, a differenza con il precedente Perfetti sconosciuti, il telefono cellulare non c’entra. La legge morale non è condizionata dalle tecnologie, il parametro pare assoluto, se non che la casistica è attinta da una referenzialità spiccatamente attuale. Mostri si aggirano tra noi, uno di loro ne soddisfa gli appetiti. Se ci viene da dirgli: “Sei un mostro!”, lui risponde: “Dò da mangiare ai mostri”. Ma non tutto è Male. Le cose possono anche risolversi per il meglio, a una condizione, la quale si evince dalle relative soluzioni dei casi che compongono la sceneggiatura (il tutto deriva da una serie televisiva americana, The Booth at the End): restare nella Morale, fare i conti con la Morale “liberamente” confermata. A ripensarci, il problema di un certo uso dei cellulari non era poi così diverso. “Sconosciuti” dovranno conoscersi. Tornando a The Place, una spinta, un po’ patetica ma non del tutto insincera, la dà quell’ultimo caffè che la barista Ferilli porge all’uomo mentre s’è fatta notte e nel locale non c’è più alcuno. Tira un’arietta di cinema “universale”, forse soltanto uno spiffero che non modifica il tono della recita nostrana. E comunque, forse chissà, si può essere anche Buoni. Confermativo. [Festa del Cinema di Roma 2017, Eventi Speciali, Film di chiusura]

Franco Pecori

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9 novembre 2017