La complessità del senso
18 10 2017

Lo stato contro Fritz Bauer

film_lostatocontrofritzbauerDer Staat gegen Fritz Bauer
Regia Lars Kraume, 2015
Sceneggiatura Lars Krause, Olivier Suez
Fotografia Jens Harant
Attori Burghart Klaussner, Ronald Zehrfeld, Lilith Stangenberg, Götz Schubert, Jörg Schütthuf, Sebastian Clomberg, Andrej Kaminsky, Carolin Steller, Pierre Shrady, Michael Schenk, Laura Tonke, Daniel Krauss.
Premi Locarno 2015, Piazza Grande: Premio del pubblico.

Il nazismo è stato un cibo pesante da digerire. Lo stomaco della Germania ha sofferto di vari disturbi, gravi anche dopo la caduta di Hitler e del suo sistema dittatoriale. Sono fenomeni che la storia dimostra essere comuni a situazioni e sviluppi anche diversi, pur se di portata analoga. La fine del comunismo dell’Unione Sovietica ha poi lasciato trasparire importanti radici motivazionali non troppo chiaramente democratiche. Questo per dire dell’importanza, ancora prospettica, di un film come Lo stato contro Fritz Bauer, corretto e coinvolgente, frutto di un approccio serio alla vicenda postbellica, in cui nella società tedesca traspaiono non superficiali condizionamenti provenienti dalle scelte politiche della dittatura hitleriana. Lars Krause, al quinto lungometraggio da regista (un suo corto era stato premiato al Festival di Torino nel 1997), narra del coraggioso impegno del Procuratore Generale dell’Assia, Fritz Bauer (il bravissimo Burghart Klaussner, già in cast importanti come Good Bye, Lenin! 2003, Il nastro bianco 2009, Treno di notte per Lisbona 2012, Il ponte delle spie 2015), nel perseguire l’intento giudiziario della cattura e del rinvio a processo di responsabili di atti gravissimi quali la deportazione di massa degli ebrei, superstiti dileguatisi all’estero dopo la guerra, sotto falso nome. E specialmente il Giudice Bauer tiene alla cattura dell’ex tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann. Gli approcci alla materia si rivelano ben presto difficili e Bauer ha in mente di rivolgersi ai servizi segreti israeliani. I contatti con il Mossad rischiano di farne formalmente un traditore dello Stato e, agli occhi di molti avversari interni, il suo senso della giustizia potrà essere tradotto in un desiderio di vendetta, giacché il Procuratore è un ebreo. Preceduto dal film di Giulio Ricciarelli (Il labirinto del silenzio, 2014, uscito in Italia il 14 gennaio 2016), sulla medesima vicenda ma con accenti più vistosamente drammatici, il lavoro di Kraume è realizzato in uno stile severo, molto contenuto, lasciando parlare prevalentemente i “fatti”, sia pure dando al racconto una forma non troppo implicita di thriller. Siamo nella Germania dei pieni anni Cinquanta, anni in cui negli uffici investigativi dello Stato operano esponenti del nazionalsocialismo. L’Interpol si chiama fuori da competenze su reati politici e fidarsi degli amici può risultare pericoloso. L’omosessualità è considerata illegale e Bauer ha passato un periodo di esilio in Danimarca, durante il quale – dice un rapporto di polizia – non sarebbe stato estraneo alla prostituzione maschile. La reciproca stima tra Bauer e il giovane Pubblico Ministero e compagno di partito (SPD) Karl Angermann (Ronald Zehrfeld) può diventare pericolosa. Ma gli indizi di un soggiorno segreto di Eichmann in Argentina, a Buenos Aires, si fanno sempre più consistenti e il Procuratore decide di rischiare fino in fondo. Il capitolo della storia a cui ci si riferisce è ormai noto. Sarà il Mossad a rintracciare per primo e a sequestrare Eichmann, nel Kuwait, e a trasferirlo in Israele. In parte, tale soluzione dispiacerà a Bauer, il quale avrebbe voluto il processo in Grmania. Il giudice tedesco avrà comunque la soddisfazione di impiantare a Francoforte, nel 1963, il grande processo per i crimini di Auschwitz, contro 21 degli ex SS e un funzionario di quel campo di concentramento. La regia di Lars Kraume trasmette quel senso di soddisfazione democratica, restando in un contegno formale di apprezzabile efficacia, istruttiva ancora oggi.

Franco Pecori

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28 aprile 2016