La complessità del senso
11 05 2021

Nomadland

Nomadland
Regia Chloé Zhao, 2020
Sceneggiatura Chloé Zhao
Fotografia Joshua James Richards
Attori Frances McDormand, David Strathairn, Charlene Swankie, Linga May, Bob Wells
Premi Venezia 2020: Leone d’Oro. Oscar 2021: Film, Regia Chloé Zhao, Attrice Frances McDormand.

Rocce da conservare. Gli spazi del western. Pianura e montagna, verde e neve. Dal South Dakota al Nevada, al Pacific Northwes. Precarietà del giaciglio, affetti saldi tra gente mobile, momenti quando un saluto è per sempre, uno sguardo è per mai. Sguardo fisso verso una dimensione perduta. America, mondo nostalgico e tuttora impossibile. Via dalla grande città, dal lavoro Amazon, dal Giorno del Ringraziamento, dal fidanzamento. “Ingiusto fare un debito per comprare una casa”. Orgoglio e giudizio saldo nella vaghezza antiautoritaria del progetto indefinibile, inconosciuto e naturale. Aria, acqua, uccelli in volo, preziosità dei recuperi d’uso, povertà fatta ricchezza, umanità fatta persona. Carovane in movimento. Persone da conservare. La pechinese Chloé Zhao – dopo l’esordio indipendente al Sundance e a Cannes 2015 (Songs My Brothers Taught Me) e dopo The Rider (Toronto 2017) – sceglie di raffermare una vista provocatoria e dolorosa del mondo nuovo, sfumato per sempre nel viaggio incompiuto del secolo di Woodstock e del Napalm, della Bolla, del World Trade Center. E ora nei giorni pandemici del traguardo marziano. Nato dalla lettura del libro della scrittrice di Brooklyn Jessica Bruder, “Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century”, il film viaggia insieme alla protagonista Fern (Frances McDormand, della quale non si può dimenticare l’espressione rivendicativa nel film di Martin McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri 2017) in compagnia e nella solitudine di tutto un popolo del nomadismo americano, forma di vita scelta – ma  pure e spesso subita – per ragioni individuali e anche sociali, di una società che spinge ai margini quanti non ne sopportano le costrizioni più convenzionali. Siamo a Empire, nel Nevada. Sono gli anni della Grande Recessione. Fern, vedova dopo aver assistito fino alla fine il marito malato, resta senza lavoro per la chiusura della fabbrica dove ha lavorato da sempre. E decide di muoversi e vivere in un furgone che lei battezza Vanguard. Dirà: “Non sono una senzatetto, non ho una casa”. Entriamo così a far parte del popolo non-stanziale, conosciamo personaggi autentici che a loro volta entrano in una storia di cinema, sfondando il diaframma della “naturalezza” per raccontare se stessi insieme alla cinepresa: non in un documentario bensì in presenza della protagonista, del suo volto, del suo modo di muoversi, di scegliere gli sguardi, di negare le soluzioni, di accettare la nudità della propria maschera. La saggezza acquisita di Bob (Bob Wells), la cui barba bianca lo rende “bambino” disponibile al sentimento; e Charlene Swankie e Linga May, donne/mito di se stesse, prive di “autenticità” e madri di fiabe tramandabili. Un vecchio canta il suo boogie per gli amici che se ne sono andati, un caffè nero a Dave (David Strathairn) per il suo apriscatole. Di parcheggio in parcheggio, il camper porta fino al mare. “Ciò che fanno i nomadi non è così diverso da ciò che fecero i pionieri”… Se Dave la invita a restare con lui nella famiglia ritrovata, Fern saluta. Ci si vede in giro.

Franco Pecori

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29 aprile 2021